The Crown 5, recensione: La stagione di Carlo e Diana oscura la regina e da favola diventa cronaca

13 novembre 2022
3,5 di 5

Il drama biografico sulla corona inglese è tornato con un nuovo cast e una quinta stagione che funziona solo a tratti perdendosi in minuzie che non rendono pienamente giustizia alla sua tradizione di serie imponente e stilisticamente impeccabile: la nostra recensione di The Crown 5.

The Crown 5, recensione: La stagione di Carlo e Diana oscura la regina e da favola diventa cronaca

Le stagioni dispari di The Crown sono sempre le più attese e le più temute. Il motivo, principalmente, è il tradizionale cambio di cast voluto dal creatore Peter Morgan nel tentativo di affidare la sua storia a interpreti più convincenti perché più vicini all'età dei loro rispettivi personaggi. Ma nel caso della stagione 5, arrivata su Netflix lo scorso 9 novembre, l'attenzione era ancora più alta. Perché questa è la prima stagione che arriva dopo la scomparsa del principe Filippo e della regina Elisabetta II, e i recenti fatti ci dimostrano come i britannici continuino ad essere attaccati all'istituzione della Corona. Ma anche perché è la prima che una buona fetta di spettatori sente più vicina, almeno cronologicamente parlando. L'arco di tempo coperto dai nuovi dieci episodi va dal 1991 al 1997 (lasciando sapientemente fuori l'incidente che costò la vita alla principessa Diana, a cui si farà riferimento nella prossima stagione), un periodo breve rispetto a quelli trattati nelle passate stagioni, ma ricco di avvenimenti: dal tramonto dell'Impero britannico, all'annus horribilis della regina - il 1992 quando si verificò anche il vasto incendio che colpì il castello di Windsor-, al divorzio di Carlo e Diana che rese il Casato di Windsor più esposto che mai. Tanti avvenimenti eppure troppi passi falsi: superato facilmente lo shock iniziale del cambio di attori, i problemi di questa quinta stagione sono altri. E in questa recensione cerchiamo di spiegarvi perché.

The Crown: La stagione meno rilevante finora, recensione

La quinta stagione di The Crown inizia e finisce con lo yacht reale Britannia inevitabilmente in rovina dopo quattro decenni di onorato servizio. "Una creatura di un'altra epoca", dice il principe Filippo alimentando la metafora dichiarata di una monarchia considerata obsoleta, costosa per i contribuenti e lontana dai sudditi. Il parallelismo tra l'imponente panfilo varato nel 1954 e "il sistema" famiglia reale funziona a livello narrativo, così come funziona l'immagine della televisione commerciale che indispone la regina, legata alla cara e vecchia BBC. Quella stessa BBC che poi la tradisce trasmettendo l'intervista senza filtri a Diana. Ciononostante, questa è davvero la stagione meno riuscita e rilevante finora. Quando The Crown è iniziata ha raccontato gli anni '40 e '50, un'epoca da noi molto distante, quasi mitica, e più facilmente modellabile in una narrazione che a noi spettatori sembrasse una favola. Ora il racconto è arrivato agli anni '90, un decennio che risuona più vicino e che a tutti noi sembra più cronaca che storia. Perciò più si avvicina ai giorni nostri, più questa serie cammina sul filo spinato, rischiando di diventare la parodia di se stessa. Troppe le dinamiche che si ripetono: il silenzio della regina contro il frastuono degli altri membri della famiglia, il dovere contro l'amore, la tradizione contro il progresso.

The Crown 5

Alcuni episodi semplicemente non funzionano, per ritmo instabile e narrazione scialba. È il caso del terzo episodio, intitolato Mou Mou, che con una lunga (ed evitabile) digressione vuole introdurre al pubblico Mohamed Al Fayed (Salim Daw), e soprattutto il figlio di lui e futuro fidanzato di Diana Dodi (Khalid Abdalla), che tuttavia vedremo vicino alla principessa soltanto la prossima stagione. Non convince neppure il sesto episodio, Casa Ipatiev, che parte dalla vicenda di identificazione dei resti dei Romanov, in Russia, per sottolineare la distanza emotiva che dopo 47 anni di matrimonio sperimentano la regina e il principe Filippo: oltre l'ottima performance di Jonathan Pryce nei panni del Duca di Edimburgo, poco resta. Peter Morgan spalma poi in ben due episodi la famosa intervista/trappola che Diana concesse alla BBC e al giornalista Martin Bashir nel 1995, dicendo che il suo matrimonio era "un po' troppo affollato"; bella la tecnica narrativa che ci presenta l'inganno di Bashir come una spy story dai tratti quasi thriller, troppo sbrigativo il racconto che ignora completamente le vere e più scottanti conseguenze che quell'intervista causò (cioè un vero e proprio terremoto nell'entourage della principessa).

The Crown 5

Carlo e Diana rubano la scena

Ribaltando la massima tolstoiana per cui tutte le famiglie felici sono uguali e ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, il penultimo episodio - quello che mette in scena l'iter del divorzio di Carlo e Diana - è invece uno dei più riusciti. I principi di Galles ci vengono presentati semplicemente come la "Coppia 31", una delle tante coppie infelici scoppiate in quell'anno. C'è chi non ha più interesse verso il proprio partner, chi trascura la famiglia per il lavoro e chi, come Carlo e Diana, è rimasto semplicemente incastrato in un matrimonio che non si doveva fare. Un matrimonio senza amore "qualunque cosa l'amore significhi". I due si rimpallano responsabilità e si scambiano vicendevoli accuse durante una conversazione (fittizia ma verosimile) in cui Peter Morgan fa quello che sa fare meglio: drammatizzare un momento che, nella realtà, deve essere stato molto più prosaico.

Il cast e i personaggi tra alti e bassi

Imelda Staunton conferma di essere un'attrice immensa nei panni di una regina ancora più rigorosa in pubblico, deliziosamente ironica nel privato (la scena in cui scopre, suo malgrado, che con l'età che avanza aumenta anche il peso è una di quelle piacevoli parentesi che ci ricordano che The Crown è prima di tutto intrattenimento, e poi tutto il resto). Ma il suo personaggio, per cui pure Peter Morgan prova una tangibile simpatia, viene inevitabilmente oscurato da Carlo e Diana e dai rispettivi interpreti, Elizabeth Debicki e Dominic West, che rubano la scena. Per motivi diversi: Debicki è splendidamente calata nei panni di una Diana certamente sola, ma giustamente più determinata e consapevole di quella di Emma Corrin; West dà l'idea di essere il classico studente che fa il compitino, studia, si impegna ma in definitiva non convince mai. Non aiuta la strana indulgenza di Peter Morgan che in questa stagione tende a voler far sembrare tutti troppo buoni, a volerci ricordare costantemente che sì i Windsor sono reali, ma sono uomini anche loro. Che possono inciampare in telefonate scomode (sì, il cosiddetto tampongate nato dalla telefonata intercettata di Carlo e Camilla è storia vera) e rimpiangere un amore di gioventù perduto (Lesley Manville è perfetta nel ruolo di una principessa Margaret sessantenne, malinconica e rassegnata, ma ancora la sola capace di far tentennare la regina).

The Crown 5

Nonostante gli alti e i bassi, The Crown rimane una delle perle della televisione contemporanea. Con la sua raffinatezza, l'attenzione per i dettagli, la scrittura elegante e interpreti di altissimo livello, è ancora uno dei migliori prodotti televisivi mai realizzati. La prossima stagione, ancora più pericolosamente vicina ai nostri tempi, sarà l'ultima e la più insidiosa. Perché dovrà fare pace con il passato (e con i detrattori che hanno accusato gli autori di essere eccessivamente crudeli con la famiglia reale) e consegnare la sua storia al futuro, con una nota si spera positiva. In attesa del prossimo Peter Morgan che tra vent'anni ci parlerà di Harry, Meghan Markle e Oprah Winfrey.



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  • Appassionata di Serie TV e telespettatrice critica e curiosa
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