Servant: la serie Apple di M. Night Shyamalan è una gemma oscura da non perdere

30 maggio 2021
4 di 5

Su Apple TV+ sono disponibili le prime due stagioni di Servant, serie creata da Tony Basgallop ma prodotta e in parte diretta da M. Night Shymalan, che ha impresso il suo marchio su tutti e 20 gli episodi. Servant è puro Shyamalan: eleganza formale, arditezza della storia, capacità di fare grande intrattenimento con contenuti intelligentissimi.

Servant: la serie Apple di M. Night Shyamalan è una gemma oscura da non perdere

Si è fatto in queste settimane un gran parlare, tra gli appassionati di cinema, di un film come La donna alla finestra, thriller psicanalitico molto divisivo, come si dice oggi. Da un lato, quelli che lo considerano un grande film per i suoi meccanismi, i simbolismi, il ragionamento su immagini e visione. Dall'altro quelli - come il sottoscritto, e come potete leggere nella recensione - a cui è parso un film goffo e pacchiano, scopiazzatura poco efficace di roba che gente come Hitchcock prima e De Palma poi ha fatto decenni fa.
Solo qualche tempo dopo averlo visto, ho iniziato a pensare che molti degli elementi che più hanno colpito i sostenitori di La donna alla finestra (la casa come metafora dei meandri della mente, la donna con trauma che rielabora la realtà, il ragionamento sulla maternità, il rapporto con l'esterno e il reale) sono presenti anche in una serie tv di cui forse invece non si è parlato abbastanza a dispetto di quello che mi pare essere un valore indiscutibile, che parte dal piano del semplice intrattenimento (e per fortuna che è così) per poi assumere anche contorni più complessi, come è tipico del cinema firmato da quello che è possibile considerare il suo nume tutelare.
La serie è Servant, il nume tutelare (produttore esecutivo e regista di tre dei venti episodi che compongono le due stagioni) è M. Night Shyamalan, che sta anche per tornare al cinema col nuovo e attesissimo Old, di cui potete anche vedere il trailer.

Di cosa parla Servant

Il primo episodio di Servant (che è poi uno di quelli diretti da Shyamalan) si apre in una sera di pioggia torrenziale, con l'arrivo in una bella, bellissima casa di Filadelfia di una ragazza poco più che maggiorenne. La ragazza si chiama Leanne (a interpretarla c'è Nell Tiger Free) ed è arrivata in quella dimora elegante per fare da tata a Jericho, il bambino neonato della coppia che la abita: la giornalista televisiva Dorothy Turner (la Lauren Ambrose di Six Feet Under) e suo marito Sean (il sottovalutato Toby Kebbel), che nella vita fa il consulting chef, ovvero non fa altro che cucinare piatti elaborati in casa che sviluppa per i più importanti ristoranti e che di tanto in tanto viene chiamato da organizzazioni e privati per dei catering.
Le atmosfere tese di quelle prime scene, e il modo in cui Sean si rapporta con Dorothy, una che tanto giusta proprio non pare, ci fanno subito capire che c'è qualcosa di strano. E pure Leanne è strana. Ma la cosa più strana è che il bambino che Leanne deve accudire si rivela essere una reborn doll, una bambola iperrealistica: Dorothy e Sean hanno infatti perso il loro bambino, la donna è ancora sotto choc, e tratta la bambola come fosse il vero Jericho, convinta che lo sia, mentre il marito - che è stato tra gli artefici dell'ingresso della bambola in casa - spera che in questo modo la moglie possa superare prima o poi il trauma della perdita. Ancora più strano è che, quando Leanne si trova di fronte a una bambola non fa a una piega, e inizia a trattarlo anche lei come se fosse un bambini in carne e ossa. Perché Leanne si comporta in questo modo? Perché anche di fronte a Sean, che la incalza sull'argomento, non ammette che quella è una bambola? Perché in casa dei Turner iniziano a succedere cose strane e inspiegabili, dopo l'arrivo di Leanne? E da dove è sbucata davvero questa strana ragazza? E cosa è accaduto davvero a Jericho? Sono solo alcune delle domande sollevate nella prima stagione di Servant, sollevate da Sean, e da Julian, il fratello nevrastenico di Dorothy (un meraviglioso e bolsissimo Rupert Grint), anche lui dietro al piano della bambola nella speranza di aiutare la sorella.
Nella seconda le cose si complicheranno ulteriormente, ma è bene non spoilerare troppo.

Servant: il trailer della prima stagione



Servant: un serie di qualità cristallina ma fatta di materia oscura

Sono tanti gli aggettivi che si possono usare per Servant, che tra tante serie americane viste più o meno di recente brilla per la sua originalità, e per la sua inclassificabilità. Servant è accessibile e sfuggente, misteriosa ed elegante, spiazzante e divertente, grottesca e spaventosa, complessa e perturbante. Ed è una serie dagli impeccabili livelli produttivi: oltre al marchio, non solamente formale, impresso da Shyamalan a entrambe le stagioni, può contare sulla scrittura di Tony Basgallop, che è il creatore della serie e lo sceneggiatore unico di tutta la prima stagione, nonché quello di buona parte della seconda (anche se in quelle dieci puntate si affacciano anche altri autori, tra i quali Ishana, la figlia di Shyamalan, che firma pure regie), e che trova un equilibrio incredibile tra i diversi registri, che spaziano dalla commedia all'horror, e che ha la capacità di farti pensare vada una direzione per poi prendere una completamente diversa (senza contare la grande intuizione di tenere bassa la durata degli episodi, che son tutti da circa 25 minuti. Soluzione che da un lato permette di non allungare troppo il brodo, tenendo compatto il racconto e dall'altro spinge al binge watching compulsivo, complici cliff notevolissimi).
E poi ci sono gli attori, che sono tutti bravissimi e alle prese con parti difficilissime, e non solo i quattro protagonisti Ambrose, Kebbel, Free e Grint, che pure sono veramente dei pilastri di tale solidità che Basgallop può permettersi di imbastire attorno a loro le trame più ardite, spericolate e assurde.
Ma forse, ancora più importante, c'è la casa. Che è una casa non solo bellissima (credo di averlo già detto, e io mi sono innamorato dell'attrezzatissima cucina in cui lavora Sean, nonché della sua fornitissima e apparentemente inesauribile cantina di vini), ma è anche in buona sostanza il set unico di tutte e due le stagioni di una serie in cui gli esterni sono praticamente inesistenti.
Tutto ciò che accade in Servant accade nella casa dei Turner, una casa che va dalla soffitta (centrale nella seconda stagione) fino alla cantina (appunto) e che proprio come in La donna alla finestra, ma meglio che in La donna alla finestra, perché in maniera più articolata e più sottile, diventa chiaramente un luogo psicanalitico all'interno del quale riecheggiano le tante e mai banali tematiche della serie.

Sì, ma di cosa parla davvero Servant?

La cosa più ovvia da dire, è che Servant parla di elaborazione del lutto. Del lutto più terribile che ci possa essere, quello di dei genitori che perdono un figlio. Il trauma di Dorothy, e il suo conseguente negare la realtà, quella realtà con cui invece Sean deve fare i conti tutti i giorni, doppiamente dolorosa per lui nella finzione che deve reggere consciamente, sono qualcosa di quasi inaffrontabile, e al tempo stesso il vero motore di tutta la storia e di tutte le azioni, comprese quelle dell'indecifrabile Leanne, che nella sua sottile ossessione religiosa potrebbe essere un angelo così come un demone, e che forse è tutte e due le cose assieme. La verità, terribile e terribilmente banale, di quel che è accaduto a Jericho è straziante, e fondamentale anche per le direzioni in cui vanno le psicologie dei personaggi: compresa, ancora una volta Leanne, nella sua ambivalenza nei confronti di Dorothy, e nel rapporto che instaura con Sean prima, e con Julian poi.
Eppure, Servant è una serie che non parla solo di lutto. O meglio, è una serie che, attraverso il discorso sul lutto e la sua elaborazione, parla di tutta una serie di questioni complesse che riguardano il nostro presente.
A partire dal titolo, che occhiegga a Losey ma solo nella superficie, Servant è una serie che parla - anche in modo sottilmente e perfidamente satirico - dell'irrompere di un elemento esterno, e quindi del resto del mondo, all'interno di una famiglia e di una casa (borghesi) che al mondo esterno hanno chiuso le porte (ricordate: praticamente non ci sono esterni) e dove l'esterno arrivava prima dell'arrivo di Leanne, continuando peraltro a farlo in quella modalità quasi unicamente attraverso gli schermi di televisori, iPad o iPhone (specifico perché è pur sempre una serie Apple).
Con Leanne, in casa Turner arriva l'imprevedibile, l'irrazionale, il perturbante. Arriva tutto ciò che Sean e Julian (e anche Dorothy) avevano tentato di tenere lontano, e di esorcizzare attraverso l'uso di una bambola. E con l'arrivo in casa di Leanne, le certezze dei Turner si incrinano, e si sbriciolano, e perfino la casa stessa inizia in qualche modo a scricchiolare, e a perdere dei pezzi.
Lo stesso accade a noi che guardiamo, che non siamo mai davvero certi di sapere a cosa stiamo davvero assistendo, e quali sono gli assi, le allenze, le rivalità, le direzioni, e che rimaniamo spaesati, sbalorditi, affascinati, turbati di fronte a tutte le vicende. Proprio come accade a Sean e a Julian di fronte a Leanne.
Alla fine poi ognuno potrà leggere Servant come vuole, e concentrarsi sulla sfumatura di significato che preferisce. O anche, semplicemente, abbandonarsi senza troppe elucubrazioni al suo racconto, che garantisce fascino, sorpresa e mai un attimo di noia.

Servant: il trailer della seconda stagione





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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