La donna alla finestra: recensione del thriller Netflix con Amy Adams

14 maggio 2021
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Joe Wright firma un pasticcio ambizioso e irredimibile, nonostante i tentativi della produzione di mettere a posto le cose con interventi di Tony Gilroy. Un cast alla deriva e una storia banale, cui non giovano i ripetuti rimandi a grandi capolavori del passato. In streaming su Netflix. Recensione di Federico Gironi

La donna alla finestra: recensione del thriller Netflix con Amy Adams

Non è solo il povero Hitchcock quello che, in queste ore, si sta probabilmente rivoltando nella tomba. Perché Joe Wright, nel suo La donna alla finestra, ha pensato bene di tirare in ballo, esplicitamente, anche film come La fuga di Delmer Daves e Vertigine di Otto Preminger.
Sono alcuni dei grandi classici del noir hollywoodiano che Anna Fox, la protagonista del film di Wright interpretata da Amy Adams, guarda e riguarda la notte in stato semi-allucinato, sballata dal mix di alcool che beve in dosi massicce e di psicofarmaci che assume nel tentativo di curare una gravissima forma di agorafobia che la tiene chiusa in casa.
Anna, tanto per far capire bene, nel caso le sottolineature non fossero troppe, recita anche a memoria certi monologhi contro l'inaffidabilità e l'isterismo femminile, mentre guarda i film, e mentre Wright gioca in maniera spericolata e impietosa con la sovrapposizione tra le immagini di quei capolavori (e pure di Io ti salverò), i volti di Gene Tierney e Lauren Bacall, e quelle del suo film e della sua protagonista.
Se a tutto questo aggiungiamo che al centro della storia c'è il fatto che Anna, la più banale nelle narratrici inattendibili, è convinta di aver assistito, dalla finestra di casa sua, all'omicidio di una vicina di casa che si chiama Jane Russell, beh: il quadro penso sia completo.

Fin dalle prime scene è chiaro che La donna alla finestra cerca di replicare, nel modo in cui è scritto, girato e montato, il senso di confusione e di difficoltà a interfacciarsi con la realtà della sua protagonista. Il problema è che, nonostante tutti gli sforzi della Adams, lasciata andare alla deriva a bordo di un pasticcio troppo ambizioso e inutilmente citazionista, diventa presto altrettanto chiaro che la confusione pare più quella di un regista che sa bene come tenere in piedi la baracca. E se dal punto di vista tecnico c'è Bruno Delbonnel, direttore della fotografia, a garantire un certo livello, la performance di un'attrice solitamente affidabile come la Adams, così come quella di tutti gli altri protagonisti (da Julianne Moore a Gary Oldman passando per Wyatt Russell, con la notevole eccezione di Brian Tyree Henry, cui Wright dovrebbe erigere un monumento), dimostra come quella cosa chiamata "direzione degli attori" è stata completamente inesistente su quel set.

Fin dalle prime scene i simbolismi psicanalitici sono un piuttosto ovvi, e con un po' di esperienza sulle spalle non è difficile intuire abbastanza in fretta dove il film andrà a parare, e chi sono davvero i personaggi che nascondono qualcosa. Come non è facile intuire come nella visione ricorrente di una fitta nevicata (che in qualche modo mi ha ricordato certe scene di quel capolavoro di Sto pensando di finirla qui, forse anche per via di una certa scena alla quale arriveremo) sia nascosto l'ovvio segreto di Anna, una che sente tutti i giorni al telefono un ex marito e una figlia che vivono lontano da lei, vede ogni tanto uno psichiatra, e che s'incrocia fin troppo spesso con l'inquilino cui ha affittato il seminterrato di una casa troppo grande, troppo buia e troppo vuota per non nascondere dei segreti.
E però, per circa un terzo, in quello che potremmo chiamare il suo primo atto, La donna alla finestra si lascia guardare, illudendo lo spettatore sul fatto che, se non altro, ci sia in questa storia il potenziale del guilty pleasure. Purtroppo non è così.

C'è un punto preciso in cui La donna alla finestra si rivela apertamente per il pasticcio irredimibile da ogni tentativo di reshooting e mettere toppe narrative (per mano di Tony Gilroy) che è.
Una scena di gruppo che dovrebbe raccontare un'improvvisa epifania della protagonista, il suo ritorno a una condizione di ludicidà e consapevolezza, nel quale appare per converso piuttosto evidente lo stato confusionale del regista, che tenta pure la carta visionaria (un po' a-la-Kaufman, appunto) e del suo cast, tutto lì bello riunito, spaesato, abbandonato.
Lì, in quella scena, c'è il momento preciso in cui La donna alla finestra rompe un passo già zoppicante, e si avvia verso un finale sempliciotto, scontato e banale come quello di certi DVD che si trovano nei cestoni degli ipermercati. Negli ultimi minuti riappare anche Brian Tyree Henry, cercando di risollevare un po' le meste sorti del film. Ma sembra quasi di sentirlo borbottare, come un certo personaggio di quel genio di Corrado Guzzanti: "Ho capito, ma mica posso fa' tutto io qua, eh?".



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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