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Antonia Fotaras, la ragazza che lottava per la libertà e in nome dell'empatia

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Rising Star del Galà del Cinema e della Fiction in Campania, la protagonista di Luna Nera ci parla della serie Netflix e della sua carriera.

Antonia Fotaras, la ragazza che lottava per la libertà e in nome dell'empatia

E’ bella e altera come la giovane Elisabetta I di Elizabeth di Shekhar Kapur, ma i suoi occhi azzurri tradiscono una dolcezza che la avvicina a tante madonne di quadri rinascimentali o dame di tizianesca memoria. Con i suoi capelli lunghi e lo sguardo luminoso di chi comincia a ragione a credere di essersi incamminato lungo la strada che porta al successo, Antonia Fotaras è una visione in giallo. Abbiamo preso il treno fino a Napoli e un pullman per Castellammare per incontrarla, felici di festeggiare il premio Rising Star che il Galà del Cinema e della Fiction in Campania, ideato da Valeria della Rocca e diretto da Marco Spagnoli, ha deciso quest'anno di tributarle. Come sempre, il Castello Medievale accoglie gli artefici del sogno sul piccolo e sul grande schermo, e nel 2019 si guarda soprattutto all'eccellenza femminile, con il premio per la migliore fiction a L'amica Geniale, un riconoscimento alle sue attrici, un premio speciale a Claudia Gerini e un altro alla regista di cortometraggi Chiara Marotta.
Nina Fotaras lo sa che le donne hanno un certo non so che, e una forza che le spinge a non mollare mai. Lo sa perché nella fiction Il Nome della Rosa è stata La ragazza dai capelli rossi, una sopravvissuta che abita nei boschi. Anche la strega Ade che l'attrice interpreta nella nuova serie italiana Netflix Luna Nera si rifugia fra gli alberi, mentre non ci è dato sapere chi sia il personaggio che le è stato affidato in un film dal cast internazionale che sta girando proprio in questi giorni. Sappiamo solo che ha un grande regista: Terrence Malick. "Non posso rivelare niente" -  ci dice subito Antonia, preoccupatissima di svelare troppo - "se non che è stata un'esperienza mistica, perché mi sono trovata di fronte un artista meraviglioso e un modo di girare che non avevo mai visto prima".

Come accogli un premio che si chiama Rising Star? E’ un nome ricco di promesse…
Con grande gioia e gratitudine anche nei confronti di tutte le persone che rendono possibile il mio lavoro. Dietro Antonia ci sono i miei agenti, la mia insegnante di recitazione Marialuce Bianchi, i casting director che hanno creduto in me, le maestranze dei set su cui ho lavorato, il mio ragazzo, mio papà che quando ero ragazzina mi accompagnava ai provini, mia mamma che andava a parlare con il preside di scuola per giustificare le mie assenze. Dedico questo premio a tutti loro.

Raccontami una favola. Inizio io: una mattina una bambina si sveglia e capisce che vuole diventare attrice…
Avevo sette anni, oppure otto, non ricordo. Alle elementari mi sono ritrovata a frequentare per forza un laboratorio di teatro e, come i miei compagni, ho cominciato a fare una serie di esercizi di riscaldamento. La mia insegnante mi guardava con curiosità, perché vedeva in me un grande entusiasmo. Così si è avvicinata e mi ha detto: "Ma tu perché non prosegui in questa direzione, hai mai pensato di trasformare questa passione in un mestiere?" E io: "Ma come, recitare è un lavoro?". Sono tornata a casa e ho detto: "Mamma, papà, voglio fare l'attrice. I miei erano sorpresi. "Le passerà" - hanno cominciato a dire. "Facciamole fare altro, equitazione per esempio".

Alla fine chi ha vinto?
Ho vinto io. A quattordici anni ho fatto un laboratorio di teatro un po’ più serio, ho iniziato a studiare le varie tecniche, ho incontrato la mia insegnante di recitazione e con lei ho studiato biomeccanica teatrale e il metodo Strasberg. Mi sono fatta un bagaglio di studi che mi ha consentito di trovare un'agenzia. Il mio primo provino è andato a buon fine, così sono entrata nel cast di Don Matteo.

Recitare: che esperienza è?
E’ un lavoro che mi connette con la mia parte emotiva, con la mia interiorità, con l'anima, per chi crede nell'anima o in un'energia. Recitare mi stimola moltissimo a livello empatico, mi aiuta a capire il contesto in cui mi trovo: dove sono, cosa sto facendo. In fondo è quello che un attore fa per i suoi personaggi: si chiede dove siano, perché stiano là, che obiettivo abbiano. Il mestiere dell'attore mi dà insomma strumenti che sono utilissimi nella mia vita di tutti i giorni.

Ne il Nome della Rosa hai fatto un lavoro incredibile: hai dovuto imparare la lingua occitana e sviluppare un fisico atletico, elastico, resistente…
La mia fortuna è stata che venivo dall'esperienza de Il Primo Re, in cui ero Ramtha. Per il film di Matteo Rovere mi ero sottoposta a un mese di allenamento in palestra, e quindi sapevo come muovere il corpo nello spazio, come essere in qualche modo primitiva. Quando sono andata al provino, stavo ancora girando, e quindi ero molto preparata sia da un punto di vista fisico che linguistico, dal momento che per Il Primo Re avevo imparato il protolatino. Ne Il Nome della Rosa parlo in occitano, ma avevo già affrontato un lavoro sulla fonetica, imparando ad esprimere le emozioni in una lingua che non è la mia e facendo corrispondere a ogni suono un preciso stato d'animo.

Il Primo Re era un film storico e anche Il Nome della Rosa era una ricostruzione, seppur fantasiosa, di eventi di un'epoca lontana. C'è un genere più contemporaneo in cui ti piacerebbe cimentarti?
Il thriller psicologico. Mi piacerebbe portare sullo schermo ciò che avviene nella psiche di una persona in una situazione di pericolo.

Nel 2020 ti vedremo nell’attesissima serie italiana Netflix Luna Nera. Ci racconti qualcosa del tuo personaggio, Ade?
Ade è una ragazza di 16 anni del 1600. Luna Nera, in fondo, è la storia di una ragazza che cerca se stessa, che cerca la sua identità e che viene ostacolata dal contesto in cui si trova, perché ha da una parte il mondo delle streghe, che le dicono che è una di loro. Dall'altra ha il mondo "quotidiano", quello che non sa nulla della magia ma che crede nella stregoneria e la detesta, e quindi attacca le streghe, le mette al rogo, e le dice che lei è il male del mondo. Ade, insomma, si trova appiccicate addosso etichette che non corrispondono a ciò che realmente è, e ciò la spingerà a lottare fino alla fine per trovare la libertà.

Luna Nera è diretta da tre registe: Francesca Comencini, Susanna Nicchiarelli e Paola Randi. In cosa si distinguono?
Francesca ha un approccio molto empatico, è la persona più empatica che abbia mai conosciuto, quindi sente quello che senti tu e ha la capacità di di accorgersi, anche guardando il monitor, quando non sei sincero o quando stai provando un'emozione, e quindi ti dirige molto dal punto di vista emotivo. Susanna fa un tipo di lavoro più tecnico, è molto precisa su ciò che desidera da te e riesce a farti arrivare dove vuole lei e come vuole lei, Paola, come lei stessa si definisce, è una regista pop, insiste molto sul rapporto attore/macchina da presa e ti dà la possibilità di lavorare su un altro registro, che lei, appunto, chiama pop.  Sono tre modi di dirigere molto diversi, che hanno dato colori diversi alla serie.

Francesca Comencini ha detto che Luna Nera è una serie non solo al femminile, ma soprattutto femminista. Sei d'accordo?
Certo, e credo che sia molto bello e molto importante. Come diceva Francesca, il nostro desiderio è che la serie riesca a portare ai giovani una memoria del femminismo di tanto tempo fa, raccontando una storia che le giovani donne di adesso non conoscono perché non sono vissute nel diciassettesimo secolo e quindi non possono sapere che una volta quello che sto facendo io adesso non si poteva fare. Non c'erano le interviste, una donna non poteva lavorare come attrice. Luna Nera racconta la lotta di una donna che si riappropria del suo ruolo, e secondo me riprendere il tema della stregoneria per parlare di femminismo è la cosa migliore che si possa fare.

Come si lavora con Netflix?
Si lavora bene, sono molto organizzati e precisi su ciò che vogliono, inoltre danno sempre dei feedback. Rivedono in continuazione quello che è stato fatto sul set e danno le giuste direttive. Del resto, quando si hanno tre regie diverse, bisogna riuscire a dare a una serie una continuità. Netflix è il terzo occhio esterno che racchiude tutti gli altri sguardi.

Sia Il Nome della Rosa che Luna Nera ti hanno portato a girare a Cinecittà. Immagino l’emozione…
Amo lavorare a Cinecittà, per una come me, che è appassionata di cinema, entrare a Cinecittà è un sogno. Mi sento a casa ma nello stesso tempo in un posto ricco di storia. E’ come se tutte le energie che quel luogo ha racchiuso riuscissero a potenziarmi, rendendomi più attiva.

Visto che parliamo di serie tv, quali sono le tue preferite?
Da piccola guardavo The Vampire Diaries, Grey's Anatomy e tante serie fantasy, ce n'era una sui lupi mannari di cui non rammento il titolo. Ne ho viste troppe, faccio confusione.

Antonia, ci credi adesso che il tuo sogno di bambina si sta avverando?
In realtà ancora non mi sembra vero. Penso che con tanto lavoro e tanta dedizione si ottengano risultati importanti, per me bisogna lavorare sul presente, sull’oggi, perché se lavori oggi, domani qualcosa succederà.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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