Hollywood, Recensione della nuova miniserie Netflix: Un racconto onirico e sfavillante di un tempo mai esistito

29 aprile 2020
3,5 di 5
9

L'ultimo lavoro frutto della fortunata collaborazione tra Ryan Murphy e Ian Brennan arriva in streaming il 1° maggio: la recensione in anteprima.

Hollywood, Recensione della nuova miniserie Netflix: Un racconto onirico e sfavillante di un tempo mai esistito

E se si potesse riscrivere la storia dando giustizia agli emarginati, ai discriminati e a chi ha vissuto nell'ombra perché circondato da pregiudizi? È una domanda che Ryan Murphy ha continuato a porsi nel corso della sua carriera e alla quale ha deciso finalmente di rispondere in Hollywood, una nuova miniserie creata insieme a Ian Brennan in arrivo su Netflix il prossimo 1° maggio. Come capirete da questa recensione, i visionari sceneggiatori hanno deciso di fare un viaggio a ritroso fino all'età dell'oro di Tinseltown, la Hollywood del secondo dopoguerra, e raccontare la storia di un gruppo di persone che tentano di sfondare nel mondo del cinema sfidando favoritismi e discriminazioni

La trama di Hollywood: Infrangere le regole per crearne di nuove

Come afferma in una scena della miniserie Archie Coleman, il personaggio interpretato da Jeremy Pope, i protagonisti di Hollywood per riuscire a realizzare i propri sogni devono infrangere le regole: sfidare razzismo, sessismo, tabù e errate credenze in un mondo, come quello dell'intrattenimento, incastrato in schemi più rigidi di quel che possa sembrare. Jack Castello (David Corenswet, già visto in The Politician) è un giovane aspirante attore disposto a scendere a compromessi pur di ottenere un ruolo in un film; Archie Coleman è uno sceneggiatore nero che spera di essere notato scrivendo una storia incentrata su una protagonista bianca; Raimond Ainsley (Darren Criss) è un regista determinato a mettersi in gioco nella direzione di un film controverso, una storia mai raccontata prima; Camille Washington (Laura Harrier) è un'attrice nera scelta sempre e solo per ruoli minori; Rock Hudson (star di Hollywood realmente esistita e interpretata nella miniserie da Jake Picking) è un aspirante attore che cela la sua omosessualità.

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Cosa sarebbe successo se, già negli anni '40, una donna avesse diretto uno studio di produzione, un'attrice nera avesse ottenuto una parte da protagonista e un attore gay avesse dichiarato apertamente il suo orientamento sessuale? Lo scopriamo episodio dopo episodio, mentre i protagonisti tentano di abbattere le barriere culturali scalando (non troppo) metaforicamente la gigantesca e celebre Hollywood Sign. Il risultato? Una vera e propria favola che, come anticipato dallo stesso Ryan Murphy, mescolando realtà e finzione cerca di rendere giustizia ai moltissimi lavoratori del mondo dello spettacolo discriminati, ieri e oggi.

Un cast ben bilanciato con volti familiari

Come è nel suo stile, Ryan Murphy anche per Hollywood ha voluto circondarsi di molti interpreti fidati, già visti in altri suoi progetti. Oltre all'attore di Glee e American Crime Story: L'assassinio di Gianni Versace Darren Criss (il quale, come ha raccontato Murphy a Hollywood Reporter, è stato il primo a suggerire allo sceneggiatore una storia ambientata negli anni d'oro del cinema americano), a David Corenswet (The Politician) e a Jeremy Pope (che vedremo nella terza stagione di Pose), nella miniserie recitano Dylan McDermott (American Horror Story) nei panni di Ernie, il proprietario di una singolare stazione di servizio, ruolo che sembra particolarmente adatto all'attore; Patti LuPone (Pose e Glee) nei panni di Avis Amberg, una donna che si trova improvvisamente a dirigere una casa di produzione cinematografica; Joe Mantello e Jim Parsons (The Normal Heart), quest'ultimo nel ruolo dello spregiudicato agente - realmente esistito - Henry Wilson. Completano il cast la talentuosa Holland Taylor e la sofisticata Samara Weaving.

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L'operazione da sogno di Ryan Murphy: Riscrivere la storia con un tocco glamour

"Se cambiamo il modo in cui vengono realizzati i film, possiamo cambiare il mondo", afferma in una scena l'aspirante regista Raymond, interpretato da Darren Criss. In questa battuta è probabilmente racchiusa la missione perseguita dai creatori di questa miniserie: mostrare la loro visione del mondo, trasmettere i propri valori (la giustizia sociale, l'uguaglianza, il valore del talento, la solidarietà femminile e molti altri) attraverso il potente mezzo del cinema che, in una sottile operazione meta-cinematografica, si serve a sua volta della televisione. Murphy lo fa inserendo nella miniserie alcuni dei tratti distintivi che caratterizzano da sempre i suoi progetti: una scenografia sfarzosa che non ha paura di andare oltre la stessa estetica degli anni Quaranta, dialoghi pungenti e ricercati perché ricchi di eruditi riferimenti pop, scene di sesso molto audaci e una leggerezza che non è mai superficialità. L'universo alternativo di questa Hollywood non è mai esistito (e, come fanno intendere gli stessi creatori, non esiste neppure oggi) ma proprio questo è uno dei punti di forza della miniserie: mostrare un mondo migliore e far sognare regalando al pubblico sette ore di evasione. Un'opportunità da cogliere al volo in questi tempi difficili in cui pessimismo e nichilismo sono dietro l'angolo.



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