Anna: Recensione della serie tv Sky firmata da Niccolò Ammaniti

22 aprile 2021
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Espansione visionaria dell'omonimo romanzo dello scrittore - che qui firma sceneggiatura e anche regia di tutti gli episodi - Anna è una serie coraggiosa ed elaborata, nella quale Ammaniti dimostra un chiaro talento non solo per il racconto ma anche per le immagini. Tutti e sei gli episodi sono disponibili su Sky e NOW dal 23 aprile: la recensione.

Anna: Recensione della serie tv Sky firmata da Niccolò Ammaniti

Sarà forse perché ho letto il libro, ma mi pare di poter affermare senza timore di essere troppo smentito che Anna sia una serie che, prima ancora che per la storia che racconta, rimane impressa per le immagini che offre all'occhio suo spettatore.
Con questo non voglio sottrarre nulla al talento di narratore di Niccolò Ammaniti, talmente ovvio da non aver bisogno di conferme da parte mia; intendo invece sottolineare quel talento dietro la macchina da presa che in questa serie personalissima e coraggiosa - interamente disponibile dal 23 aprile su Sky e su NOW - Ammaniti è stato in grado di dimostrare, e che forse invece ha più bisogno di riconoscimenti.

Un Ammaniti (non da solo) al comando

Dietro la macchina da presa Ammaniti ci si era già messo ai tempi del Miracolo, quando si era alternato dietro la macchina da presa con registi più esperti e capaci di guidarlo e supportarlo come Francesco Munzi e Lucio Pellegrini.
Nel caso di Anna, Ammaniti ha continuato a circondarsi di collaboratori di alto livello, come è necessario fare per ottenere risultati di un certo tipo quando si fa "il cinema", come lui stesso ha definito la lavorazione di questa serie: ecco allora lo scenografo Mauro Vanzati, il direttore della fotografia Gogò Bianchi, la costumista Catherine Buyse, fino agli effetti speciali realizzati da Makinarium e al casting curato da Dario Ceruti e Maurilio Mangano, sul quale torneremo.
E però la regia, quella, Niccolò Ammaniti ha voluto farla da solo. Per tradurre in prima persona il suo immaginario in immagini, immagini che sono diventate forti e potenti; meno eleganti e curate forse di quelle della serie precedente, ma con un che di selvaggio, ruvido e imperfetto che non solo fa meglio il paio con le atmosfere evocate dalla storia, ma che contribuisce a donare una vitalità brusca e sorprendente.

Le immagini di Anna

Non c'è puntata, tre le sei ognuna di un'ora circa che compongono Anna, nella quale Ammaniti non sia stato in grado di mettere sullo schermo qualche immagine capace di restare fissa nella memoria: le prime razzie e un bambino in sella a un cavallo bianco; il covo dei gemelli e quel che accade lì dentro; la villa di Bagheria che è il regno di Angelica; il cadavere della mamma di Anna e Astor; la fuga sull'Etna; perfino l'elefante sulla spiaggia che fa tanto Sorrentino: e va benissimo così.
Con la sua letteratura, d'altronde, Ammaniti ha sempre fatto queste cose. Ha sempre rielaborato e messo in scena, sulla pagina scritta, situazioni e suggestioni iperrealiste che nascevano da una rielaborazione personale della realtà, del panorama mediatico, di quel che comunemente viene definita cultura popolare, o immaginario collettivo. Che poi è proprio quel che fa Sorrentino col suo cinema e con le sue serie.

Anna: il trailer ufficiale della serie

I volti dei protagonisti

Tra le immagini che Anna è in grado di inanellare e imprimere nell'occhio dello spettatore - e qui torniamo al casting - ci sono anche quelle dei volti dei protagonisti. Le scelte degli attori son quasi tutte impeccabili, e non solo per quanto riguarda i ruoli principali protagonista, ma anche i personaggi comprimari: i gemelli, le bambine aguzzine di Anna, il "padrone" dell'Etna.
Due nomi da sottolineare, in rappresentanza di tutto il cast: l'esordiente Clara Tramontano, di cui sentiremo parlare, che è un'Angelica perversa e seducente e che come magnetismo mi ha ricordato la Lisbeth Salander di Rooney Mara; e la bravissima Elena Lietti, già nel Miracolo, qui la mamma di Anna.

La storia e le storie

In mezzo alle immagini, la storia. Anzi: le storie.
Perché in Anna, che comunque procede dritto come una freccia, asciugando all'essenziale e rendendo anche più lineare quello che era il percorso della protagonista nel libro, Ammaniti ha voluto esplodere il racconto, espandere il suo libro, inserendo in ogni puntata dei flashback che raccontano il passato dei personaggi (ad Anna, a Pietro, ad Angelica), e quel che era accaduto al diffondersi della Rossa, la malattia che, uccidendo tutti gli adulti, ha reso la Sicilia, e forse il pianeta intero, un mondo popolato unicamente da bambini.
Ammaniti, che la sceneggiatura della serie l'ha scritta con Francesca Manieri, ha creato così un universo, un luogo dove i personaggi non appaiono semplicemente, ma esistono e si muovono nello spazio e nel tempo della storia.
Così facendo, Ammaniti riafferma attraverso il racconto e la sua costruzione ciò che del racconto gli sta con tutta evidenza più a cuore, e che si reifica simbolicamente nel "Libro delle cose importanti" lasciato ad Anna da sua madre prima di morire: l'importanza della memoria, di ciò che è stato e non è più, ma che è quel che è anche in virtù di quel passato. E quindi: della storia, quella con la esse maiuscola.

Ammaniti come quelli bravi

Tra riferimenti letterari (Golding, certo, e pure McCarthy, magari, ma prima di tutto Ammaniti stesso), cinematografici (il citato Sorrentino, l'universo post-apocalittico di Mad Max, ma molti altri ancora, assai meno ovvi o contemporanei, e tenuti nascosti nei dettagli) e videoludici (chissà se Ammaniti, un tempo accanito giocatore di videogame, ha giocato a The Last of Us), Anna riesce anche utilizzando il linguaggio del cinema e dell'audiovisivo in quel mix che è caratteristico dei libri dello scrittore italiano.
Quel mix per cui pop e psicologia, genere e poesia, crudeltà e ironia, intimismo e violenza, cupezza e speranza trovano un equilibrio elegante ed esplosivo.
Un passo, una misura e uno stile quelli di Ammaniti, che gli permettono anche di intuire istintivamente, anche da regista, quando può e deve osare, giocare col grottesco e col barocco, e quando invece fare un passo indietro, lasciando che il troppo esplicito rimanga fuori dall'inquadratura, col risultato di turbare, sadicamente, ancora di più: come sanno fare quelli bravi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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