Una promessa: la recensione del primo film inglese di Patrice Leconte

29 settembre 2014
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Un thriller dei sentimenti che è anche una lezione di cinema.

Una promessa: la recensione del primo film inglese di Patrice Leconte

Se è vero che l’inglese, come ci insegnano le sorelle Brontë, i personaggi di Jane Austen e i sonetti di Shakespeare, è la lingua dell’amore prima a lungo taciuto ma poi confessato tutto d’un fiato, allora è giusto che Patrice Leconte l’abbia scelta al posto del francese per il suo film più elegante.
Come Grand Budapest Hotel di Wes Anderson e il lontano Lettera da una sconosciuta di Max Ophüls, Una promessa attinge al sofferto immaginario dello scrittore austriaco Stefan Zweig, autore sì delle celebri biografie di Honoré de Balzac e della regina delle brioches Maria Antonietta, ma soprattutto cantore dell’inafferabilità del sentimento amoroso, sulle prime così assoluto e poi evanescente.

Accostandosi al racconto "Il viaggio nel passato", il regista rimane certamente fedele al sottile voyeurismo della sua precedente filmografia, ma sublima il suo sguardo dal buco della serratura in una raffinatezza formale mai fine a se stessa, in una perfetta e incisiva mise en scene che, attraverso riprese oblique e inquadrature inusuali, ci trascina anima, cuore e intelletto sul palcoscenico delle emozioni trattenute.
Un po’ come il Martin Scorsese de L’età dell’innocenza, Patrice Leconte si pregia di colti riferimenti pittorici e di nuche ossessivamente filmate, sete fruscianti e corpi che si reggono tremanti ai corrimano, ma ci stupisce con un ritmo sempre più incalzante e modernissimo che fa di Una promessa una grande lezione di cinema.
Sembra che l’autore de L’uomo del treno abbia letto nella mente di quanti associano noia e già visto ai film in costume, preferendo orientarsi su un thriller dei sentimenti che non ha nulla del melò e che ci fa addirittura pensare, complice la musica impetuosa di Gabriel Yared, a La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, altro maestro del voyeurismo.

Sono bravi Alan Rickman, Rebecca Hall e Richard Madden nei panni dell’anziano marito, della sua giovane moglie e del ragazzo umile e appassionato che si intromette nel loro matrimonio. Il regista lo sa e permette che ogni attore sia di volta in volta l’allegoria di un sentimento: ora la malinconia, ora l’orgoglio ferito ora una dolce femminilità.
Leconte, però, è tutto e solo per i suoi personaggi. Dalla suntuosa dimora che li isola dal mondo esterno, il regista tiene fuori anche Stefan Zweig, chiudendo la porta al suo dolore, al suo sogno infranto di una felix Austria e a quell’angoscia simile a una morsa di piombo che lo portò a togliersi la vita quando ormai era al sicuro nel Nuovo Mondo.

Ma poi Patrice ci ripensa, lasciando che a fare capolino, una volta finita la Grande Guerra, siano le bandiere con le svastiche.
Chi non conosce Zweig le noterà appena, divorato dalla curiosità di scoprire se Friederich e Charlotte finalmente si ameranno in libertà. Gli altri, specialmente chi  ha superato i quaranta e ha e una passionaccia per i mitteleuropei, penseranno ancora una volta a quanto sia effimero il sogno di una felicità definitiva.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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