Troppa grazia Recensione

Titolo originale: Troppa grazia

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Troppa grazia: la recensione del film di Gianni Zanasi con Alba Rohrwacher presentato al Festival di Cannes 2018

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Troppa grazia: la recensione del film di Gianni Zanasi con Alba Rohrwacher presentato al Festival di Cannes 2018

In una piccola cittadina della provincia veneta, Alba Rohrwacher è una geometra disoccupata, madre single con figlia adolescente, cui a un certo punto appare la Madonna, e le dice di bloccare i lavori per la costruzione di un grande centro commerciale che potrebbe portare una cospicua iniezione di denaro e di lavoro nella zona, per far edificare proprio lì una chiesa.
Detta così - che poi è così come va detta - la trama di Troppa grazia potrebbe evocare l’immagine di un film di quelli lì un po’ punitivi, naturalisti e depressi che piacciono solo ai critici o quasi. O far pensare in termini non troppo lusinghieri a un parallelo con la venire la linea di Boris 2 col Mariano di Corrado Guzzanti che ha incontrato Gesù sulla Roma-L'Aquila.
E invece no. Perché a scriverlo e dirigerlo c’è Gianni Zanasi, quello di Non pensarci e di La felicità è un sistema complesso, quello che fa commedie intelligenti dove tratta con leggerezza e disincanto di questioni spesso molto serie. Uno che è capace di andarci molto vicino a, quella linea narrativa di Boris 2, senza mandare tutto in vacca, e che a fare film “nuchisti” o da professoresse democratiche non ci pensa proprio.

Troppa grazia è un film coraggioso e sorprendente, la cui grazia - quella della regia, e della scrittura - non è mai troppa, nemmeno per sbaglio. Un film dove finalmente Alba Rohwacher viene sottratta al cliché troppo pauperista e lagnoso nel quale è stata rinchiusa da un’industria cinematografica (la nostra), che troppo spesso, e da troppo tempo, mette etichette che poi invecchiano male, e che è straordinaria in un ruolo difficile ma divertentissimo.
Perché quando la sua geometra, Lucia, incontra la Santa Vergine Maria interpretata da Hadas Yaron, dapprima la scambia per una profuga, e quando capisce che non è così, lei che è non credente, pensa di essere pazza; e quando inizia a pensare che quella è veramente la Madonna, comunque non vuole fare ciò che le viene chiesto, e finisce che per farsi ascoltare Maria debba alzare le mani, per spingere Lucia verso gesti che agli altri sembrano bizzarri e inconsulti.

E già da questa dinamica un po’ manesca chi legge può facilmente intuire che con la religione in senso stretto, col cattolicesimo, col culto mariano, il film di Zanasi non ha nulla a che fare. Non è proselitismo, quello di Troppa grazia. Zanasi, con cristallina coerenza rispetto a quanto raccontato in precedenza dal suo cinema, usa la forza evocativa dell’apparizione per parlare del bisogno sempre più impellente che esiste, e che abbiamo tutti, di trovare nella nostra vita di tutti i giorni - nella nostra società - qualcosa di straordinario che nasca comunque da noi, e che ci possa dare il coraggio e la determinazione per compiere gesti nuovi, ribellarci a logiche logore e controproducenti, ritrovare nelle cose e nel mondo quella magia e quella bellezza che abbiamo dimenticato, rimosso o seppellito. Di liberarci da ciò che ci opprime.

Vicino ad Alba Rohrwacher, che dovrebbe fare la commedia più spesso, e a un’altra sempre brava come Hadas Yaron, Zanasi piazza un cast solidissimo - il fido Battiston, un Elio Germano non inedito ma stranamente quasi moderato, e attori solidissimi e di talento come Carlotta Natoli, Thomas Trabacchi e Teco Celio - e lascia che la fotografia satura di Vladan Radovic regali al film quella leggera patina da cartoon che non contraddice mai la verosimiglianza paradossale di quanto sta raccontando.
E poco importa che nella sua parte finale il film si perda un po’, e non sia compatta come dovrebbe.
Perché Maria e Lucia sono riuscite in quel che volevano: nel regalare meraviglia, e bellezza, e novità; nel coinvolgere nella loro apparente follia anche i più pragmatici: e questo vale tanto per certi personaggi del film quanto per noi spettatori.



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