Toy Story 4, la nostra recensione dell'ultima fatica Pixar

18 giugno 2019
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Riaprire il finale perfetto di Toy Story 3 può essere rischioso...

Toy Story 4, la nostra recensione dell'ultima fatica Pixar

Preoccupato per il primo giorno d'asilo della piccola Bonnie, Woody l'accompagna di nascosto e, più o meno volontariamente, la spinge a creare un nuovo giocattolo, Forky. Il nostro sceriffo preferito si fa in quattro per spiegare al neonato Forky il suo ruolo, ma forse si comporta così perché lui stesso ha una crisi d'identità...
In discussione sin dal 2013, Toy Story 4 non è stato condotto in porto a cuor leggero, nè la Pixar avrebbe potuto metterlo in cantiere più rapidamente. E' indubbio infatti che l'epilogo di Toy Story 3 (2010), quella quadratura del cerchio in cui i giocattoli acquisivano una nuova vita, ceduti da Andy ormai ragazzo alla piccola Bonnie, fosse un sipario di saga pressocché perfetto. Un Toy Story 4 non deve quindi convincerci solo di essere un buon film, ma anche di essere necessario. Scomodare l'aggettivo "necessario" per un'opera creativa è forse ingiusto e improprio, ma abbiate pazienza: quando si ama si diventa esigenti.

Toy Story 4 è sicuramente un buon film, che vive di una capacità di caratterizzazione piuttosto indovinata: parte dei riflettori sono ovviamente puntati su Forky, ridicola ma perfettamente credibile creatura di immondizia, come solo da bambini si è in grado di crearne una. Soprattutto, cosa che i concorrenti come l'Illumination non riescono sempre ad imitare, ogni caratterizzazione viene salvata da eventuali debolezze con almeno una scena o una battuta che la rende memorabile: si vedano qui i piani d'attacco dei nuovi arrivati Ducky & Bunny o il flashback traumatico di Duke Caboom. Insomma, il mestiere qui coordinato dal neoregista Josh Cooley (già cosceneggiatore e story artist supervisore di Inside Out) assicura ritmo, cura del dettaglio e complicità con un cast che può risultare antipatico solo a chi ami fare il bastian contrario. I protagonisti rimangono vecchi amici che fa piacere reincontrare, anche se nella versione italiana Woody ha il nuovo timbro di Angelo Maggi, molto espressivo ma meno dolce del compianto Fabrizio Frizzi. Stupisce ancora inoltre la capacità che la Pixar mostra sempre nel descrivere i bambini, con tenerezza immensa, ma senza fretta di dipingerli più svegli di come la vita li costringerà a essere.

Sì, Toy Story 4 è un buon film. Ma è anche necessario? Non ne siamo convinti. La riapertura di una saga chiusa in modo così efficace nell'opera precedente dovrebbe essere giustificata da un'evoluzione significativa dei temi. Il film parte mettendo sul tavolo l'idea potente della creatività incarnata da Forky, giocattolo non nato come tale, quindi una novità: il copione la sviluppa però poco, preferendo presto incanalare la vicenda nei binari delle rodate situazioni della saga, con qualche variazione sul tema che non modifica i messaggi di fondo già conosciuti da chi non si è perso un capitolo di questo franchise. Il tempo che passa e l'obsolescenza, il valore da dare a un giocattolo, il legame con il "proprio" bambino / padrone, la necessità di reinventarsi, le grandi acrobazie per avere la meglio di un mondo enorme a misura d'uomo: ci è sembrato che ci sia tutto quello che ci si aspetta da un Toy Story, meno la capacità di sorprendere davvero e la naturalezza con cui si arriva a chiudere la vicenda. Senza cadere in spoiler, è evidente come gli otto autori del soggetto abbiano cercato di essere all'altezza emotiva di quell'altro finale, adottando però questa volta un punto di vista forse sin troppo "adulto" e amaro. E non poteva che andare così, visto che si è commesso l'azzardo di raccontare qualcosa dopo quella chiusa di Toy Story 3, un vero salto nel buio.
L'esistenza stessa di questo Toy Story 4 diventa un po' la metafora dello stato attuale della Pixar, che sa ancora mostrare del vero genio (si veda Coco) ma che come Woody si rifugia nelle braccia dei vecchi amici, mascherando il proprio "smarrimento" di cui è ben consapevole. In fondo, il cinema rimane per questi autori un modo, persino spontaneo e non del tutto volontario, per rileggere le proprie esperienze esistenziali e creative. Di questo rimaniamo sempre ammirati.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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