Top Gun: Maverick, la recensione del film con Tom Cruise

12 maggio 2022
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È ovvio e scontato che questo sia un film che pone il suo protagonista di fronte al passato tanto quanto pone lo spettatore di fronte al rapporto col modello originale. Meno scontato e ovvio è che l'operazione nostalgica e sentimentale funzionasse così bene nel contesto di un blockbuster moderno e maturo, capace di momenti tecnicamente altissimi.

Top Gun: Maverick, la recensione del film con Tom Cruise

La didascalia iniziale. Le note di Moroder. I cieli arancioni. I jet sulla portaerei. Si inizia così. Tutto è uguale al Top Gun del 1986. Tutto è uguale a trentasei anni fa. Anche Pete "Maverick" Mitchell è uguale a trentasei anni fa. Stesso sguardo ("quale sguardo?"), stessa tendenza all'insubordinazione. Stessi denti bianchissimi e nemmeno un capello bianco. Qualche ruga in più, sì. Il volto leggermente più gonfio, certo. Ma arrivateci voi alle soglie dei sessant'anni in questo modo, nel modo di Tom Cruise.
In Top Gun: Maverick tutto è uguale al film che l'ha generato: struttura, estetica, trama, tensioni narrative, personaggi.
Più o meno. Perché tutto è uguale e al tempo stesso tutto è diverso, profondamente diverso, perché sono passati trentasei anni sotto i ponti e chi c'è dietro a questo film qui, Cruise in testa (ma anche i suoi sodali Kosinski e McQuarrie, è evidentemente abbastanza intelligente da capire che le cose proprio uguali uguali mica potevano rimanerci.
E allora ecco che Pete "Maverick" Mitchell è sempre lo stesso, l'ego è sempre ingombrante, ma mitigato dall'esperienza, dalla maturità. Dal dolore, anche. E da una cosa che assomiglia tantissimo alla paternità.

Già. Perché alla fine dei conti Top Gun: Maverick è il film che serve al suo protagonista a chiudere i conti aperti con il passato, un passato che è anche un presente e un futuro, incarnato in Bradley Bradshaw, detto "Rooster" (il Miles Teller di Whiplash), ovvero il figlio di Goose, che Maverick vede come un figlio e che ha cercato in passato di proteggere, a modo suo, creando così tra lui e il ragazzo una frattura difficile a ricomporsi.
Da questo punto di vista sono due i momenti chiave del film. Il primo arriva quando Maverick si confronta col vecchio amico Iceman, che mentre lui è passato solo da tenente a capitano, in questi quasi quarant'anni è diventato un pezzo grossissimo della Marina, e che per anni ha protetto Maverick dopo le sue bravate. Iceman, che è malato, come è stato malato Val Kilmer, e che parla scrivendo su un computer, dice a Maverick: "È arrivato il momento di lasciar andare il passato". "Non so come si fa", è la risposta.
Il secondo arriva invece invece nel corso di un confronto tra Maverick e Penny, personaggio interpretato da Jennifer Connelly, una sorta di ex di Maverick arrivata dopo la Charlie del primo film con cui il personaggio riallaccia rapporto e relazione. Penny ha una figlia adolescente, e rivela a Maverick che la scelta che ha fatto è di lasciare che la figlia avesse la libertà di fare i suoi errori, facendo un passo indietro. "Una scelta difficile", commenta Maverick.
Ecco, in fondo molto del film si basa su questi concetti, che poi a ben vedere hanno molto a che vedere con la filosofia buddista: il lasciar andare. Il fare un passo indietro. Anche il non pensare e l'agire d'istinto, che è ciò che Maverick, richiamato alla Top Gun per addestrare dei piloti cui andrà affidata una missione impossibile, cerca di insegnare a Rooster e agli altri piloti, è in fin dei conti qualcosa che ha un po' a che vedere con quella filosofia.

Se Top Gun: Maverick è il film che serve al suo protagonista a chiudere i conti aperti con il passato, è di sicuro anche quello che serve allo spettatore, al suo spettatore ideale, a fare i conti col passato del cinema, e col film originale, e con il rapporto più o meno nostalgico e vintage con il cinema di trentasei anni fa.
E allora ecco che istinto o meno, buddismo o meno, l'operazione nostalgia funziona bene. Molto bene.
Perché ben gestita, perché mai artificiosa, perché capace di reale evocazione sentimentale.
Perché a funzionare è il rapporto del protagonista col passato, e perché l'investimento emotivo, nella replica del rapporto tra Maverick e Goose, e nella derivazione filiale di Rooster, dà i suoi frutti.
Ma anche perché più in generale, più da lontano, funziona bene, molto bene, il rapporto che Top Gun: Maverick instaura con tutta la mitologia del film originale. Quello coi modelli e gli archetipi. Quello coi sentimenti. Con la gestione filmica degli oggetti e dei feticci.
Per dire: quando nelle fasi iniziali del film Maverick tira fuori dall'armadietto il giubbotto di pelle con le toppe, e sale in sella alla sua vecchia GPZ, c'è una misura e un contegno, una decenza mi viene da dire, che sono encomiabili, e che funzionano benissimo da link di immaginario ed emozioni senza però eccessi retorici e melensi. E lo stesso vale per tanti altri oggetti e luoghi simbolo, per certe immagini iconiche, per la rielaborazione delle musiche. E perfino per i vecchi e oramai obsoleti F-14.
E allora l'operazione di Top Gun: Maverick assomiglia tantissimo, come ideologia, come gestione e, che sorpresa, perfino come risultati, a quella di Ghostbusters: Legacy. O anche, se vogliamo, al metodo Stallone applicato a Creed.

Poi certo, Top Gun: Maverick non vive di solo passato. Tutt'altro. Il passato, come abbiamo detto, è rilanciato nel presente sotto forme nuove, con moto che assumono nuove forme, con personaggi che sono modellati su quelli di allora ma che hanno caratteristiche tutte nuove, e contemporanee (ad esempio, il nuovo Iceman, che si chiama Hangman).
Ma il presente è anche il presente del cinema e della tecnica, e quindi va detto che la tecnica delle scene aeree, che si tratti di addestramento o di reale combattimento, ha una qualità impressionante, e soddisferà anche il pubblico dei blockbuster contemporanei nel contesto di un film che, però, dal modello del blockbuster contemporaneo, che ha contribuito a inventare, ha un rapporto ambiguo: ne rispetta le regole, quelle stesse regole che il film di Tony Scott aveva dettato, ma le declina in maniera assai più matura di quanto non avvenga abitualmente. Come se anche quel modello di blockbuster, dopo tutti questi anni, volesse riproporsi al pubblico con le consapevolezze che arrivano con l'età.

L'esempio più evidente di quanto Top Gun: Maverick sia un film più maturo di tanti prodotti contemporanei, e inevitabilmente anche del suo modello originale, sta nell'uso dell'ironia. Che serve non alla facile battuta, ma a gestire il tono del racconto, e arriva spesso e volentieri nel momento in cui si manifestano dei rischi, quando il pathos rischia di farsi eccessivo (basta pensare a come si conclude l'incontro tra Maverick e Iceman) o la sceneggiatura minaccia il "salto dello squalo".
In questo caso è più difficile fare un esempio, per evitare gli spoiler, ma diciamo che nell'ultima parte il film rischia forte per una scelta di copione che mi stava facendo mettere le mani nei capelli per la disperazione, ma riesce miracolosamente a non deragliare e a rimanere in equilibrio grazie, appunto, all'uso dell'ironia. E, di nuovo, a quello sapiente degli oggetti e del mito, che non è affatto privo di ironia anche lui.

Nel finale, quindi, tutto si ricompone, si torna a calcare il modello originale in maniera filologica e si scarta di nuovo verso territori diversi. Maverick va avanti perché finalmente ha lasciato andare il passato, ma continua a volare, anche se in maniera nuova, più libera, lasciando nei cieli e sullo schermo una scia che tutti noi sappiamo riconoscere come sua, e che mette la parola fine (forse) definitiva, alla sua storia cinematografica.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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