The Midnight Sky: recensione del film di e con George Clooney

21 dicembre 2020
3.5 di 5
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Senza gradi tratti di originalità, ma con grande cura formale e un racconto sobrio e intimista, Clooney si piazza nella terra di nessuno tra la fantascienza apocalittica e spettacolare e le space opera filosofeggianti, pescando da entrambe per tracciare una rotta personale. In streaming su Netflix dal 23 dicembre. La recensione di Federico Gironi.

The Midnight Sky: recensione del film di e con George Clooney

Quello che provi mentre guardi The Midnight Sky, quel sorta di ronzio ovattato che ti intorpidisce e ti rilassa, e che sembra provenire dalla parte posteriore della tua coscienza, è simile a un blando e costante déjà-vu.
E non sei mai certo se questa sensazione di già visto - che non infastidisce mai ma, anzi, rassicura, quasi - sia dovuta al fatto che molto di quello che vedi sullo schermo è riportabile a qualcosa che si è già depositato nella tua memoria di spettatore, o invece sia da mettere in relazione con quel senso di apocalisse che stiamo tutti vivendo da troppi mesi a questa parte.

Sospeso e dilatato, intimista e rassegnato all'inevitabile, The Midnight Sky è a tutti gli effetti un film catastrofico. Ma non nel senso spettacolare e fracassone, alla Roland Emmerich o alla Michael Bay del termine, ma secondo traiettorie e modalità più riflessive, e filosofiche, tese verso il cinema più puramente autoriale senza però mai entrare davvero in quell'orbita. E per fortuna, verrebbe da dire.
Perché tutto sommato, nella sua linearità commerciale, e nella voglia di fornire un barlume di speranza che significhi rinascita e nuovo inzio quanto tutto appare perduto, questo film di George Clooney, con George Clooney, è meno megalomane e ostentatamente (e fintamente) provocatorio di film recenti come Ad Astra o High Life. O perfino Interstellar. Tanto per citare titoli non casuali, anche per via di alcune questioni di trama.

La traiettoria narrativa di The Midnight Sky è duplice, e speculare.
Da un lato abbiamo Augustine Lofthouse, scienziato barbuto e malato che decide di rimanere nella base artica dove opera, mentre tutti gli altri vengono evacuati, nella speranza di trovare un rifugio sicuro dall'aria avvelenata che sta sterminando la popolazione del pianeta, e che arriverà presto anche al polo. Augustine rimane lì, solo, o così crede. Malato. Determinato - anche a costo di trovare una stazione radio più potente, sfidando la natura e la contaminazione - a contattare l'equipaggio di una missione spaziale di ritorno sulla Terra dopo aver esplorato la luna di Giove che proprio lui, Augustine, aveva indicato come possibile pianeta abitabile nel nostro sistema solare. A dire loro di non rientrare, per non morire. Di tornare indietro, e iniziare una nuova vita.
Dall'altro, proprio loro, i cinque membri dell'equipaggio dell'Aether, la nave spaziale che sta tornando sulla Terra, e che non riesce a contattare più nessuno sul nostro pianeta, che dovrà affrontare improvvise avarie, piogge di meteoriti e altro ancora, prima di entrare in contatto con qualcuno, con Augustine, e di essere messi di fronte alla verità sul loro pianeta, e dover prendere una decisione.
Due traiettorie, quelle raccontate da Clooney, che finiscono per convergere e incontrarsi, e arrivare a una rivelazione finale non troppo imprevedibile, ma sopratutto al punto di contatto e insieme di collasso di un'idea di mondo e di umanità, dove l'esplosione della malinconia e del rimpianto per gli errori del passato, personali e collettivi, fornisce la scintilla utile al nuovo inizio.

Come tanti altri visti di recente, come quei titoli già tirati in ballo finora, anche The Midnight Sky è un film sulla doppia dimensione della vita nello Spazio e sulla Terra, e un film che parla di padri e di figli.
Forse perché anche qui, nel mondo reale, ci si sta rendendo conto che qualcosa è finito, bruscamente e malamente, che con le eredità del passato si deve fare i conti, tenendo il buono e buttando via quel che non ha funzionato, e che il passaggio generazionale (che poi è mentale, ideologico, più che realmente anagrafico) è fondamentale alla transizione verso qualcosa di nuovo.
Clooney racconta la sua storia con sobrietà e senza fretta, con una gravità austera che non disdegna di stupirsi e aprirsi a una pausa di leggerezza malinconica di fronte a un sorriso, e solo occasionalmente la sceneggiatura di Mark L. Smith - quello di Revenant: e si vede, purtroppo - rompe il passo in un'ansia tutta innecessaria di dare movimento, financo azione.
Clooney racconta la sua storia, mantenendo la sua rotta, cercando costantemente di non cedere alle sirene della Hollywood che vuole spettacolo gratuito a tutti i costi, o a quelle dell'autorialità che vuole astrazione filosofica a tutti i costi e ostentazione di profondità.
La storia di Clooney è invece semplice, lineare, umana; una storia con una sua eleganza, perfino, un'eleganza umile e minimale rotta qui e lì da quelle concessioni cui il regista (non l'attore) non ha saputo rinunciare.

Questo, questo suo non schierarsi, questo rimanere apparentemente equidistante, a dispetto delle concessioni, non gli verrà perdonato facilmente, perché scontenta i fautori delle opposte fazioni.
E invece di The Midnight Sky è il punto di forza e di equilibrio, come quello che bilancia con attenzione il rimpianto e la disillusione con la speranza e la fiducia. Nell'uomo, nell'umanità, e in quel che, nelle sue tante contraddizioni, anche distruttive, di buono e generoso e straordinario che porta con sé.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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