Ad Astra: recensione del film di fantascienza con Brad Pitt diretto da James Gray in concorso al Festival di Venezia 2019

29 agosto 2019
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Gray insegue Coppola e Kubrick, trova una forma affascinante e impeccabile, ma gli manca il coraggio di aprirsi al Mistero.

Ad Astra: recensione del film di fantascienza con Brad Pitt diretto da James Gray in concorso al Festival di Venezia 2019

James Gray è un regista chiaramente ambizioso. Lo era all’inizio della sua carriera e lo è diventato sempre di più: il che non va preso come un difetto. E, fin dall’inizio della sua carriera, è sempre stato un regista che ha agito in controtempo rispetto agli anni in cui si è mosso, che cercava il salto in avanti guardando all’indietro: l’indietro del cinema degli anni Settanta, soprattutto.
Dopo aver cercato di rielaborare, a modo suo, il cinema di gente come Friedkin, Scorsese e - con l’ultimo, sfortunato Civiltà perduta - perfino Herzog, ora Gray guarda, per sua stessa ammissione, a modelli come il 2001 kubrickiano e l’Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. E se non è ambizione questa,  cos'altro potrebbe esserelo?
Ad Astra è a tutti gli effetti un film di fantascienza filosofica, capace di guardare al racconto dello spazio in maniera diversa rispetto a esempi recenti, come quelli dei Gravity o degli Interstellar, cercando una strada nuova e personale, che sia capace di coniugare la complessità della riflessione con la spettacolarità del racconto e dell’impianto formale. Soprattutto, cercando di raggiungere una perfezione che passi sempre e comunque per la chiusura di un cerchio e della sua quadratura.
Non sempre però questi suoi sforzi ottengono i risultati sperati.

Dal punto di vista dell’impianto formale, quello di Gray è un film quasi ineccepibile, capace di regalare all’occhio dello spettatore immagini di grande effetto grazie anche a un uso intelligentemente - e paradossalmente - quasi antispettacolare degli scenari fantastici del cosmo o delle navi che lo attraversano. Che esplode in quella stessa implosione che riguarda il suo protagonista, un Brad Pitt nel complesso bravo e funzionale.
E però la magniloquenza delle immagini e la sbandierata riflessività quasi malickiana del racconto (anche nell’uso e abuso della voce off), contrastano con una narrazione eccessivamente derivativa, e con una riduzione umanistica e sentimentale delle questioni in tavola che, pur comprensibile, ne penalizza la portata.
Se il Maggiore McBride di Ad Astra è chiaramente la versione spaziale del Capitano Willard, alle prese con un Kurtz situato ai margini del sistema solare - e che è pure, titanicamente, suo padre -, la sua crisi interiore non è quella raccontata dal film di Coppola. È quella di un uomo che per incapacità di gestire ciò che gli è più vicino ha cercato l’evasione nelle profondissime distanze cosmiche. E che solo di fronte alla versione primigenia e radicale di sé stesso troverà una risoluzione.

La dialettica - un po’ ovvia - del film di Gray è sempre quella: l’esplorazione dell’ignoto che ci è esterno porta a quella della nostra interiorità. La solitudine della vita terrena e terrestre, fa coppia con quella esistenzialmente devastante di quella nell’universo.
Quello che manca a Ad Astra, oltre che un equilibrio davvero compiuto tra filosofia e spettacolo, è principalmente il senso del Mistero. Il mistero dello spazio, quello dell’esistenza. Il mistero di qualcosa che non ci deve essere necessariamente spiegato, illustrato, razionalizzato. L’ambizione di Gray - che pure abbiamo detto innegabile - non si spinge fino alla dissennatezza coppoliana, o alla misticità kubrickiana. Al contrario di quanto avveniva per Willard, la sorte di McBride ci viene raccontata per bene. E, nel corso di un viaggio cosmico assai improbabile dal punto di vista scientifico, questo silenzioso e tormentato astronauta incontra sì una scimmia, ma nessun monolite nero.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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