The Hateful Eight, recensione del nuovo film di Quentin Tarantino

28 gennaio 2016
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Con Jackie Brown, più di Jackie Brown, il film più maturo, e più bello, del regista e sceneggiatore americano, grande narratore dei nostri giorni.

The Hateful Eight, recensione del nuovo film di Quentin Tarantino

"Sto diventando grande, lo sai che non mi va," cantavano anni fa i Righeira.
E anche Quentin Tarantino, sta diventando grande. Sta raggiungendo livelli di maturità cinematografica inauditi nella sua pur notevole carriera fino a questo momento.
Non va del tutto nemmeno a lui, sembrerebbe: tanto che lungo il tortuoso e paziente cammino di The Hateful Eight fanno capolino, ed esplodono (e come esplodono...) nel finale, tutte le caratteristiche più ludiche e smargiasse del suo cinema. Quelle ultraviolente e dall'ironia sopra le righe, che rimangono uno dei suoi marchi di fabbrica, che ne stemperano altre e opposte tendenze, che in questo caso imbrattano non solo i muri, i volti e le poltrone di sangue, ma anche un copione favoloso. Ma che, forse, si fanno anche monito: cartoonesco, certo, ma in fondo anche vagamente inquietante.

Il fatto è che nel cinema di Tarantino tutto si tiene: la logorrea, la violenza, l'ironia, il racconto spietato e impietoso di chi siamo e dove viviamo. Si tiene nel nome e nel segno del cinema, di quel cinema che Quentin ama di un amore vorace, assoluto, passionale, feticista.
Tutto si tiene, ma va da sé che a volte l'equilibrio possa essere più precario, il dosaggio degli ingredienti di una precisione non proprio laboratoriale, e che il golem di celluloide dell'ex enfant terrible del cinema americano sia vivo e capace, ma troppo grottesco, o  mostruoso, o facile alla dissoluzione in polvere d'immaginario al tocco dello sguardo.

The Hateful Eight, invece, no. Cammina senza timore sul filo del rasoio della tensione, si muove elegante e sfacciato sui pezzi di vetro, con un vorticare di parole, di personaggi e di maschere che assomiglia a un balletto dalla coreografia sublime e oscena.
The Hateful Eight è il Tarantino che ti rapisce, e lo fa con la parola, con la sua lusinga, con la sua capacità affabulatoria e seduttiva. Sedativa. Parole che divertono, avvincono, distraggono, ingannano, intervallate da gesti che tradiscono forza, rabbia, disperazione, determinazione. Parole e gesti che si accompagnano o si contraddicono, ma che in entrambi i casi servono lo scopo unico e imprescindibile del racconto.

Che Tarantino fosse un ottimo sceneggiatore, lo sapevamo già. Oggi, però, abbiamo la conferma che sia qualcosa di più: con The Hateful Eight, come non aveva mai fatto prima, se non in parte con Jackie Brown, si dimostra un grande drammaturgo.
Come Jackie Brown, anche questo western da camera, che mette in scena lo psicodramma amorale di nove personaggi dentro un'isolata casa-emporio (di bambola) del Wyoming, gioca con toni diversi da quelli del Tarantino più fracassone o sfacciato. Qui il testo è al servizio di una storia e dei suoi personaggi, e non il trampolino di lancio per battute o linee di dialogo da mandare a memoria, che pure non mancano.

Sulla poltrona di Sweet Dave, davanti al fuoco, Tarantino è un astuto cantastorie, capace di farti perdere tra le pieghe del suo racconto, di ingannarti e sorprenderti, di meravigliarti e divertirti. E di farti realizzare, tutto a un tratto, che quella storia di sangue, inganni, violenze e razzismi, è la storia degli Stati Uniti d'America. Di stati uniti per forza, con la guerra, con la morte, nel nome di una giustizia che è tale solo quando condivisa, anche da chi magari si detesta, e si è guardato con odio fino al momento della verità.

Chiusi nell'emporio di Minnie (a questo serve, se serve, il 70mm, a far entrare dentro lo schermo, dentro la scena, nel mezzo della storia), ci si perde dentro un film caleidoscopio che contiene al suo interno frammenti di tutti quelli di Tarantino - gli inganni de Le iene e gli incroci di Pulp Fiction, le violenze dei Kill Bill e la teatralità di Grindhouse, le ambizioni storiche di Bastardi senza gloria e l'antirazzismo di Django Unchained - e di tutti quelli che lui ha amato, digerito, citato; nel quale ogni personaggio è riflesso di qualcun altro, di altri personaggi tarantiniani, e di noi stessi.

Con un film come The Hateful Eight, allora, Quentin Tarantino si conferma davvero l'altra faccia di Paul Thomas Anderson, della medaglia di un cinema americano che ragiona su se stesso, sul suo passato e sul suo futuro. Sul suo territorio e il suo materiale.
E mentre ci adeguiamo al valzer di gesti e dettagli, di parole e movimenti sapientemente orchestrato in quello spazio, su quel terreno, è dolce naufragare dentro il racconto di una moderna Sherazade, capace di generare storie dalle storie, e su altre storie e sulla Storia.
Perché, come Sherazade, anche per Tarantino il racconto, e il raccontare, e il cinema, significano vita. Il gioco, questa volta, è quello della pazienza, lo dicono loro stessi. Perché il racconto è bello quando lo si può godere così, senza fretta.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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