The Harder They Fall, la recensione: tra western e blaxploitation, fumetto e revisionismo storico

02 novembre 2021
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Disponibile in streaming su Netflix dal 3 novembre, The Harder They Fall è un'ennesima rivitazione postmoderna del western, caratterizzato dalla volontà di mettere al centro di tutto coloro che per decenni sono stati rimossi dalla storia del west e del cinema. Con tanta musica (tra i produttori c'è Jay-Z).

The Harder They Fall, la recensione: tra western e blaxploitation, fumetto e revisionismo storico

Mentre vedevo The Harder They Fall ho pensato spesso a Il mio corpo vi seppellità, il western borbonico di Giovanni La Pàrola che debuttò in streaming qualche tempo fa.
Ci ho pensato spesso per due diversi ordini di ragioni: il primo, se vogliamo, ideologico-politico; il secondo, invece, estetico.
Anche Jeymes Samuel (noto anche col nome d'arte musicale The Bullits, qui al suo esordio nel lungometraggio cinematografico) ha infatti l'intenzione di riscrivere una storia, e di far diventare protagonisti personaggi finora esclusi dalla stessa. La Pàrola riscriveva il barbosissimo risorgimento in chiave, appunto, western, e nella Sicilia del 1860 e racconta un gruppo di donne che si vendicavano della violenza maschile contro di loro e il loro genere. Samuel, invece, rimane nei luoghi deputati del genere, ma racconta la storia di quei personaggi che, si premura di sottolineare in apertura, erano esistiti ma dal western hollywoodiano erano sempre stati estromessi: i neri, gli afroamericani.
E anche Samuel, come La Pàrola, sembra voler fare tesoro di tutta l'evoluzione del western, dalle origini alle trasformazioni di Leone e di Peckinpah,  e alle rivisitazioni postmoderne, fino a Tarantino e soprattutto Raimi, il Raimi di Pronti a morire. E se i riferimenti ai western di Tarantino sono ovviamente velleitari e artificiali, senza catturare lo spessore dell'originale, anche a Samuel riesce bene l'allinearsi con un'estetica più spensierata e bidimensionale, vicina a quella del fumetto e di certi videogame, che era quella cristallizzata da Raimi nel suo film. Aggiungendovi però la consapevolezza dell'identità black messa in scena da Mario Van Peebles in Posse.

Anche qui, come spesso accade, si parla di vendetta.
La vendetta di Nat Love (Jonathan Majors, visto, non casualmente, in Da 5 Bloods di Spike Lee), gangster che ruba ai gangster e che vuole uccidere l'uomo che gli ha ucciso padre e madre quando era un ragazzino, un fuorilegge leggendario di nome Rufus Buck (Idris Elba). E, come spesso accade, ognuno di questi due protagonisti è circondato da una banda, da compagni di avventure fedelissimi, che in questo caso hanno i volti azzeccatissimi e le capacità recitative di gente come Zazie Beetz, Lakeith Stanfield, Delroy Lindo, Regina King, Edi Gathegi, RJ Cyler, Danielle Deadwyler.
Tutti neri, tutti a modo loro eleganti e superfly come gli eroi della blaxploitation, in un film - in un vero e proprio universo storico-cinematografico alternativo, quasi - dove invece i bianchi, se e quando appaiono, sono sempre marginali, paurosi, arroganti. Vittime da freddare senza pensieri.
Come il macchinista che scende dalla locomotiva quando Regina King si piazza col suo cavallo sulle rotaie per fernare il convoglio, sparato in testa prima che riesca a proninciare la parola con la n che, invece, in bocca si protagonisti neri del film, qui e lì, appare.
Sì, perché The Harder They Fall e violento e sboccato, come ci si potrebbe aspettare e forse anche un po' di più. Ed è fatto di colori saturi, scenografie stilizzate, e di una costante presenza musicale, con brani curati o remixati dallo stesso Samuel che alternano l'hip hop al reggae, senza tralasciare occasionali riferimenti a sonorità più tradizionali per un western.
D'altronde, a produrre, oltre al tarantiniamo Lawrence Bender, a James Lassiter e lo stesso Samuel, c'è anche Shawn Carter, meglio noto come Jay-Z.

La sceneggiatura, invece, oltre che dall'onnipresente Samuel, è stata scritta da Boaz Yakin: ed è sul piano della scrittura che The Harder They Fall mostra i suoi punti deboli.
Non tanto nell'ostentazione di dialoghi un po' eccessivi, e spesso un po' troppo alla Tarantino, o nel gioco delle relazioni tra i vari personaggi, che alla fine funziona pure, o nella creazione di un mondo. Lì dove il copione di The Harder They Fall, o comunque la sua traduzione in immagini da parte di Samuel, mostra i limiti è nella capacità di tenere il racconto compatto, di evocare attraverso le motiviazioni dei protagonisti e la ripresa delle loro azioni una quantità di epica sufficiente a catturare lo spettatore.
Il problema, insomma, è che in The Harder They Fall ci sono molti momenti di stanca, nel corso dei quali l'attenzione scema, per poi essere ripresa per i capelli dal successivo, spettacolare conflitto a fuoco (o all'arma bianca, come in certi action del Terzo Millennio).
Tra i tanti problemi in cui incappano gli emuli di Tarantino, anche quelli alla fine dei conti rispettosi e smaliziati come Samuel, c'è l'imitazione di certe sue durate fiume senza avere la stessa densità di contenuti. In altre parole: The Harder They Fall è un film di due ore e venti; Pronti a morire e Il mio corpo vi seppellirà duravano un'ora e tre quarti. E in questa differenza di minutaggio sta anche qualcosa di più sostanziale che Samuel, alla sua prossima esperienza dietro la macchina da presa, dovrebbe prestare più attenzione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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