Il mio corpo vi seppellità: recensione del western borbonico al femminile

17 marzo 2021
3.5 di 5

Quattro brigantesse nella Sicilia del 1860, tra esercito sabaudo e truppe borboniche, in lotta contro la violenza del maschio con le sue stesse armi. Un tripudio di sangue e un'idea originale e azzeccata per un film ambizioso che guarda al postmodernismo di Tarantino e, ancor più, di Raimi.

Il mio corpo vi seppellità: recensione del western borbonico al femminile

Che bella idea.
Che bella idea quella di fare della nostra storia risorgimentale (in generale noiosissima, diciamoci la verità, a meno che non sia uno come Filippo Ceccarelli a raccontarla, come ha fatto su un recente numero di Robinson parlando di Vittorio Emanuele II) la cornice per un cinema di genere.
E di fare della Sicilia del 1860 lo scenario per un western brutto, sporco e cattivo, dove al posto di nordisti e sudisti ci sono l'esercito sabaudo e le truppe borboniche, e invece delle bande di peones messicani, i briganti siciliani. Anzi, brigantesse (ammesso e non concesso che questo genere di declinazione al femminile non offenda qualcuno).
Brigantesse spietate, violentissime, sanguinarie: vere protagoniste di una storia declinata tutta al femminile, che racconta di donne che si sono ribellate alla violenza patriarcale maschile per rispondere nello stesso modo, o anche peggio.
In quella Sicilia (ricreata però in Puglia: magia del cinema, e delle film commission), Giovanni La Pàrola fa scorrere un sacco di sangue, mette in scena violenze efferate, anche sessuali, e anima personaggi che possono essere sadici per natura - come il colonnello piemontese di Guido Caprino, che però nella realtà è siciliano, e si sente - o perché abbrutiti dai soprusi, dai dolori, dalle mancanze, dalle violenze altrui.
Anche la struttura è ambiziosa, con salti temporali e geografici, linee narrative che s'incrociano e numerosi flashback che raccontano le origin stories delle brigantesse, o svelano il mistero dietro al rapporto tra alcuni personaggi.

Quella di La Pàrola (anche sceneggiatore con Alessia Lepore) è chiaramente una rivisitazione del western assai postmoderna: ed è ovvio, anche da quanto detto finora, che il pensiero possa andare immediatamente a Quentin Tarantino, e alla sua rielaborazione di tutto lo spaghetti western che tanto ha amato, da Leone in giù, ma più in generale anche alla sua cinefilia bulimica e senza confini.
E però, prima ancora che dei Django Unchained e degli The Hateful Eight (per tacer dei Kill Bill - non solo per la benda sull'occhio della radiosa Madè - e dei Death Proof), Il mio corpo vi seppellirà porta evidenti le tracce di quel film che, ben prima di Tarantino, aveva applicato una patina postmoderna e chiaramente fumettistica allo stile leoniano e dei suoi tanti epigoni, italiani e non. Anche perché la vera protagonista di Pronti a morire di Sam Raimi era, guarda un po’, proprio una donna (e che donna: Sharon Stone).
Qui non c'è Sharon Stone, ma ci sono Margareth Madè, Antonia Truppo, Rita Abela e Miriam Dalmazio, che fanno banda per riprendersi magari non quel che gli uomini hanno strappato loro, moralmente e fisicamente, ma almeno un lauto risarcimento in denaro e sangue, e che vengono braccate da Caprino; anzi: dai suoi scagnozzi ex borbonici, capitanati da Giovanni Calcagno, uno che viene chiamato "il macellaio" - tanto per far capire i metodi che usa - e che va in giro con un fotografo che ne immortala le gesta.

Spari in testa, fontane di sangue, esplosioni, violenze carnali e castrazioni, diligenze e cavalli, teste mozzate e cuori strappati dal petto: non ci va giù leggero, Il mio corpo vi seppellirà, titolo che parafrasa quello di un film di Howard Hughes che declinava in chiave romantica la storia di Doc Holliday e Billy the Kid: Il mio corpo ti scalderà.
E La Pàrola, proprio come fece Raimi, non lesina nemmeno nello spolverare di feroce ironia certe situazioni, guardando anche alla tradizione della nostra commedia, rimanendo comunque serissimo sui temi della vendetta, e su quelli dello sfruttamento violento: di terre e persone. Tanto più che alla fine, il personaggio peggiore è quello del piemontese calato dal Nord per razziare ulteriormente una terra già martoriata, nel nome di un'unità che ancora non sembra avere molto senso, in quel contesto.

Quel che manca, con curiosa ironia considerato il nome del regista, è la paròla.
Qualcosa nella scrittura che catturi l'attenzione dello spettatore e non lo lasci unicamente aggrappato all'aspetto visivo. Non solo e non tanto nella gestione dell'intreccio e delle linee narrative (pare che lavorazione e post-produzione del film siano state tribolate, e certi buchi e certe irregolarità nel ritmo del racconto siano imputabili a quello), ma anche nei dialoghi, e nella loro capacità affabulatoria. A dispetto di un encomiabile uso del dialetto, supportato da indispensabili sottotitoli, ogni volta che è possibile.
Una maggiore attenzione in quel senso avrebbe regalato a Il mio corpo vi seppellirà qualcosa più della sua curatissima superficie.
Che però rimane, comunque, intrigante e divertente.

Il mio corpo vi seppellirà
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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