Ted Bundy - Fascino Criminale Recensione

Titolo originale: Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile

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Ted Bundy - Fascino criminale: la recensione del film con Zac Efron

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Ted Bundy - Fascino criminale: la recensione del film con Zac Efron

Si può amare un mostro, un essere senza umanità, empatia, compassione e rimorso? A giudicare dalle molte donne che hanno voluto bene a Ted Bundy, uno dei più terribili serial killer americani, la risposta è sì. Forse il suo caso resta unico nella storia di questo tipo di criminali, che solo dalla fine degli anni Settanta, in America, si iniziò a studiare e ad analizzare scientificamente, per combattere quella che a un certo punto sembrava diventata una vera e propria epidemia nazionale. Lo stesso Ted Bundy, reo confesso negli ultimi giorni di vita e ansioso di parlare con chiunque nella speranza di rimandare l'esecuzione, avvertiva quanto fosse impossibile conoscere davvero chi hai accanto, figlio, fratello, compagno o marito, e che “gli assassini non sbucano dal buio con denti affilati e il sangue che gli cola dalla bocca”, ma sono in mezzo a noi, travestiti da esseri umani.

In questo senso la storia di Ted Bundy – Fascino criminale è l'analisi di un fallimento: l'incapacità di Liz Kloepfer Kendall (dal cui libro di memorie “The Phantom Prince. My Life With Ted Bundy” è tratto il film), ma anche quella di Carole Anne Boone, della madre del killer e di tutte le donne che gli hanno voluto bene nonostante tutto (tra cui la scrittrice Ann Rule), di riconoscere l'inganno e di credere all'evidenza, aggrappandosi alla diabolica capacità di questo affascinante individuo di simulare sentimenti, passioni, affetti che facevano parte solo della superficie della sua vera persona. Per chi è umano e come tale vulnerabile è quasi impossibile concepire la presenza del Male all'interno di chi è del tutto simile a noi o, in casi come quello di Ted Bundy, è perfino percepito come superiore.

Un conto, però, è la fascinazione per il lato oscuro che tutti o quasi abbiamo, un altro avere rapporti diretti con l'incarnazione terrena della malvagità assoluta. Joe Berlinger non rinuncia del tutto alla sua esperienza di documentarista e inserisce all'interno del film e sui titoli di coda sequenze reali, tratte dalla sua miniserie per Netflix Conversazioni con un killer. Il caso Ted Bundy. È come se lui stesso non si fidasse di quanto vediamo sullo schermo e tenesse a farci capire che è tutto vero, che l'individuo che qua ha la bella faccia di Zac Efron è esistito, ha commesso crimini inconcepibili, eppure ha avuto rapporti “normali” con persone che lo amavano per quello che era per loro.

Chi non conosce la vera storia di Ted Bundy (noi l'abbiamo sintetizzata in questo articolo, ma su youtube ci sono decine di interviste e programmi su di lui) non la troverà raccontata in questo che non è un biopic, ma è la storia di come hanno vissuto l'uomo che uccise 36 ragazze senza pietà, proprio le donne che pensavano di conoscerlo e hanno creduto in lui fino all'ultimo. È una storia di sensi di colpa, tradimento e schiavitù, inganno e manipolazione, condita a tratti da un umorismo dark singolarmente appropriato al personaggio e al caos che si scatenò intorno a lui una volta catturato, tra fughe rocambolesche, autodifesa/autogoal in tribunale, battibecchi coi giudici e gli avvocati e il circo mediatico intorno a un processo trasmesso per la prima volta in diretta tv.

Nell'America libera e ribelle degli anni Settanta (delle cui belle hit, dal Joe Tex di I Gotcha agli Emerson Lake & Palmer di Lucky Man, è intessuta la colonna sonora), Ted Bundy fu la scheggia impazzita che mise in crisi il sistema: non l'omicida seriale prevedibile, ignorante, redneck e asociale, ma il bravo ragazzo repubblicano, impegnato, accettato e inserito, colto e intelligente, la cui devianza fece impazzire i meccanismi della giustizia. Fu per questo che lo vediamo godere di incredibili privilegi per buona parte del film, perché per quanto orrore, disgusto e repulsione tutti provassero per i suoi crimini veramente orrendi, non potevano fare a meno di sentire una sorta di pietà e di simpatia umana per il mostro, come risulta anche dalle parole che gli rivolge dopo la condanna l'inflessibile e pittoresco giudice Cowart.

Se il pubblico può sentirsi confuso da questa incongrua “Sympathy for the devil”, per dirla coi Rolling Stones, è esattamente nello stato d'animo che il regista Joe Berlinger (che vediamo nei panni del giornalista che intervista un barbuto Bundy) voleva ottenere. La cronologia degli eventi, la successione dei fatti, la strenua difesa di Ted Bundy della propria innocenza e la lunga parte dedicata al processo possono certo disorientare chi non conosce la vicenda, ma niente vieta di integrare la visione di questo film di grande coerenza e interesse con le fonti di cui parlavamo sopra.

Zac Efron si rivela un'ottima scelta di casting e riesce ad evocare, soprattutto in alcuni momenti, con lo sguardo e il sorriso solo in apparenza solare, lo spirito sfuggente e minaccioso del personaggio. Lily Collins trasmette bene il senso di angoscia di una donna alle prese con qualcosa di più grande di lei, che trova alla fine il coraggio di esorcizzare il mostro che l'ha intrappolata e di affrancarsi per sempre dalla sua ombra, costringendolo – in una scena che è forse la più efficace del film - a dirle la verità che ha bisogno di sentire e che il pubblico aspettava.

Tra i molti volti noti che si limitano a ripetere le parole dei loro corrispettivi nella realtà, ci è piaciuta soprattutto Kaya Scodelario nell'interpretazione mimetica di Carole Ann Boone, la donna che sposò il serial killer.  È una storia, quella di Ted Bundy,  degna di un racconto alla Rashomon, da ricostruire attraverso i punti di vista di tutti coloro (troppi) che la sua vita malvagia toccò e cambiò per sempre. Il suo enigma se n'è andato con lui sulla sedia elettrica più di 30 anni fa, ma noi siamo ancora qua, vittime consapevoli del suo fascino criminale, a chiederci come tutto questo sia stato possibile.

Ted Bundy - Fascino Criminale
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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