Suite Francese Recensione

Titolo originale: Suite Française

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Suite francese - la recensione del film dal romanzo di Irène Némirovsky

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Suite francese - la recensione del film dal romanzo di Irène Némirovsky

Quando un romanzo come “Suite francese” arriva sullo schermo, non è solo il lettore a chiedersi se il film riuscirà a rappresentarlo al meglio, ma anche il regista e - in questo caso - cosceneggiatore a sentire  la responsabilità di rendere giustizia al capolavoro incompiuto di una grande scrittrice, scritto durante l'occupazione della Francia nei tristi giorni di Vichy e affidato dall'autrice alle figlie bambine prima di scomparire per sempre ad Auschwitz. Un'opera conservata per 60 anni e mai letta, scritta in una calligrafia minuta, ritenuta a torto un diario e poi scoperta come romanzo, pubblicata nel 2004 e diventata caso letterario e libro amatissimo in tutto il mondo.

Concepito dall'autrice Irène Némirovsky come un grande affresco in cinque parti sulla tragedia della guerra e i suoi effetti sulla popolazione civile, sul modello di “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj, “Suite francese” resta l'unico romanzo contemporaneo al conflitto, visto attraverso uno sguardo femminile (per altri versi gli è analogo un altro testo francese importante come “Il silenzio del mare” di Vercors). Proprio le donne sono protagoniste di “Dolce”, la seconda parte del romanzo, che Saul Dibb intelligentemente integra con la prima, cronaca dell'esodo dei cittadini parigini verso la campagna: donne sole con mariti, figli o fidanzati in guerra o prigionieri, donne giovani e senza uomini, disposte a fraternizzare col nemico pur di sentirsi ancora belle e amate e donne vecchie piene di odio verso chi ha portato via i loro cari.

Ci sono anche gli uomini che per motivi di salute o privilegi non sono andati in guerra, ma è femminile e spietato lo sguardo che racconta la strana pace che si crea nel 1940, quando il maresciallo Pétain firma l'armistizio e dà vita alla Repubblica di Vichy. Invitati a collaborare con le forze di occupazione naziste, inizialmente restii, i francesi si adattano ben presto al nuovo regime in una situazione di precario equilibrio che - come spesso accade nella vita - tira fuori il peggio di loro. Il romanzo della Némirovsky e il film - che ne trasferisce alla perfezione lo spirito sullo schermo pur con le necessarie infedeltà e aggiustamenti alle ragioni del cinema, come la drammatizzazione della storia e del finale  – raccontano molto bene una società classista fondata sul profitto e i conflitti che scaturiscono in un interregno anomalo come quello dell'occupazione: le delazioni, i furti, le gelosie, i diritti considerati inalienabili, la superficialità e la disperazione si intrecciano in un ritratto della razza umana che definiremmo pessimista se non fosse, purtroppo, fin troppo realistico.

Sull'orlo di quel baratro di cui sembra intuire la portata e che finirà per inghiottirla, la scrittrice ha la geniale intuizione di contrapporre alla bassezza umana una storia d'amore impossibile, delicata, toccante e piena di sfumature, che si interrompe tragicamente prima di cominciare e che nasce sulla base del comune interesse per la cultura e per la musica (nel film la composizione di Bruno, l'ufficiale tedesco, è di Alexandre Desplat), nell'ingannevole zona franca in cui il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende.

Saul Dibb, che ci aveva già regalato con La duchessa un affascinante e anticonformista ritratto femminile, con le sue origini di documentarista è perfettamente a suo agio nel mettere in scena in modo plausibile un mondo lontano e straniero e a renderne il sapore e l'atmosfera, pur girando in inglese con attori britannici, tedeschi, americani e belgi. Narra con la giusta progressione il passaggio dalla pace apparente all'inevitabile disastro, dalla gentilezza iniziale degli occupanti alla crudeltà gratuita quando la tregua viene rotta. Parte del merito della riuscita del film è anche degli attori: Michelle Williams si conferma come una delle attrici americane di maggior spessore e sensibilità ed è bravissima a dar vita - prima nel rapporto con la suocera di ferro incarnata con grande forza da Kristin Scott Thomas, poi col disarmante, intenso Bruno di Matthias Schoenaerts - a un personaggio di donna giovane, piena di aspirazioni e contraddizioni, intrappolata in un periodo e in una cultura che non lasciano spazio alla libera scelta e in cui anche l'amore è uno schiavo destinato al sacrificio.

Suite francese è un film bello e importante che ha anche il merito di invitare a  riscoprire l'opera di Irène Némirovsky, e che - di questo siamo stati testimoni - lascerà con le lacrime agli occhi anche il più cinico degli spettatori.

Suite Francese
Il trailer italiano del film - HD
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