Sto pensando di finirla qui: la recensione del film di Charlie Kaufman in streaming su Netflix

01 settembre 2020
4.5 di 5
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Uno dei più importanti sceneggiatori contemporanei ci porta di nuovo dentro al groviglio di ossessioni e manie che ha nella testa: il risultato è quello di un film angoscioso e insieme commovente, un'esperienza cinematografica difficilmente dimenticabile. In streaming su Netflix dal 4 settembre.

Sto pensando di finirla qui: la recensione del film di Charlie Kaufman in streaming su Netflix

Essere Charlie Kaufman, altro che John Malkovich.
È dal 1999 che il più geniale e sregolato tra gli sceneggiatori contemporanei (geniale è anche Sorkin, certo, ma lui è meravigliosamente classico, lineare, disciplinato) ci racconta storie che ci portano dentro a quel groviglio di ossessioni, visioni e pulsioni contenuto nella sua testa. Una testa che, per quanto geniale, è anche un luogo capace di mettere a dura prova.
C'è sempre stata una componente da incubo, nelle storie di Charlie Kaufman. Qualcosa carico di angoscia esistenziale, di un senso di prigionia rispetto a sé stessi, ai propri limiti, al mondo che ci si è costruiti attorno. A una vita che ci si è scelti ma di cui, in qualche modo, ci si sente prigionieri.
Con la significativa eccezione di Il ladro di orchidee, che si chiude con una spinta piena di ottimismo verso il futuro (ma solo in virtù del fatto che il Charlie Kaufman del film ha risolto finalmente il rebus dell'adattamento del romanzo di Susan Orlean, e - spera - anche quello della sua vita), il cinema di Kaufman ci ha sempre raccontato personaggi più o meno consapevolmente bloccati dentro loop esistenziali che li logorano e li sfiancano, dentro complesse e barocche costruzioni narrative che rappresentano i labirinti e i mille bivi del loro percorso di vita.
Mai, però, tutto questo era stato messo in scena in maniera così profondamente scomoda e angosciante, ma anche irresistibile e appassionante, come in questo nuovo Sto pensando di finirla qui.

Complesso tanto quanto Synecdoche, New York, ma privo di quell'eccesso narcisista di ambizione che lo rendeva ipertrofico e sbilanciato, Sto pensando di finirla qui si avvicina davvero tantissimo a un horror, tanto è spiazzante e scomodo per lo spettatore, e tanto la sua costruzione è quella di un sogno - anzi, di un incubo - lucido.
Lo si capisce subito: fin dal viaggio in auto della protagonista (si chiama Lucy? Lucia? Louisa? E perché riceve chiamate da sé stessa, non rispondendo, e da un uomo misterioso? È una fisica? Una poetessa? Una cameriera?) assieme al fidanzato Jake, per andare a conoscere la famiglia di lui. Un viaggio notturno, fatto di neve e pensieri e tensione, e parole strappate e consumate a fatica. Lo si capisce all'arrivo nella sperduta fattoria dove vivono i genitori di Jake (che sono il David Thewlis che dava la voce al protagonista di Anomalisa e una Toni Collette che sembra incanalare parte del il suo personaggio di Hereditary), in tutto quanto di spiazzante, inquietante e surreale accade lì, e nel viaggio di ritorno che prenderà deviazioni inaspettate. Almeno per noi.

Gigantesco e stratificato enigma che mescola suggestioni e interrogativi, generi cinematografici e livelli del racconto, piani temporali, sogno, realtà, coscienza e immaginazione (con tanto di finto, improbabilissimo film di Robert Zemeckis e vera riflessione critica di Pauline Kael su Una moglie di John Cassavetes messa in bocca alla protagonista), Sto pensando di finirla qui è un rebus senza una reale soluzione, cui ci si deve abbandonare totalmente, vincendo paure e resistenze, per avere indietro un'esperienza cinematografica intensa e difficilmente dimenticabile.
Di cosa parli davvero, o principalmente il film di Kaufman, che la protagonista voglia farla finita col fidanzato o con la vita, che faccia un viaggio attraverso la sua vita e le sue vite possibili e impossibili, che si rifletta in Jake, o nei genitori di lui (ma sono anche i suoi, forse? O si tratta di una proiezione futura o passata della coppia?), o che Jake si rifletta a sua volta nell'anziano bidello che all'inizio del film ha il volto di suo padre, poco importa. Che quella danza finale riguardi lei, o qualche sua proiezione, anche.
Quel che conta è che Sto pensando di finirla qui è un film che, parlando delle impasse e delle alternative, delle strade prese e di quelle che si sarebbero potute prendere, di ciò che siamo e di quello che saremmo potuti essere, non è solo teso e angosciante, ma perfino perversamente tenero e commovente nel metterci di fronte all'assurda giostra della vita, all'urgenza dell'amore e a quella della libertà, del baratro della solitudine e quello del fraintendimento.

Portandoci a fare un giro nel groviglio di pensieri ed emozioni che è dentro la sua testa, Kaufman ci mette a confronto con quello che tutti noi - chi più, chi meno - abbiamo dentro la nostra, coscienti o meno di questo fatto. E più grande è la confusione, maggiore è la complessità, più la scrittura e la regia di Kaufman si fanno precise in maniera quasi ossessiva, trovando una pulizia e un'essenzialità quasi inedite per lui, a dispetto dei già ottimi risultati del precedente Anomalisa, dove però a dare una mano all'ordine della messa in scena erano i limiti imposti dalla stop motion.
A dargli una mano, enorme, nel portare avanti un progetto tanto complesso e pieno zeppo di temi e riflessioni, ci sono i suoi attori: un Jesse Plemons che non può non ricordare Philip Seymour Hoffman nella sua interpretazione di Jake, e una bravissima Jessie Buckley che lascia senza parole nel ruolo di una protagonista che il film vuole priva di ogni appiglio e di ogni certezza se non quella dei suoi dubbi e delle sue paure.
Senza dimenticare il ruolo fondamentale della fotografia di Lukasz Zal nel mettere in piedi quelle atmosfere astratte e oniriche, piazzate all'incrocio tra Buñuel e Lynch, che ti rimangono addosso ben oltre il termine del film.

"You can say anything, you can do anything, but you can't fake a thought," dice la protagonista all'inizio del film.
Puoi dire e fare quello che ti pare, ma non puoi fingere un pensiero. Kaufman fa quello che gli pare con la scrittura e la regia, gioca, provoca, falsifica. Ma il suo pensiero non è mai falso, né falsificabile, e arriva dritto al cuore e alla mente con la precisione asettica e micidiale di un bisturi, lasciandoti esposto e vulnerabile, di fronte ai titoli di coda, e a te stesso.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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