Sicilian Ghost Story: recensione del film d'apertura della Settimana della Critica a Cannes

18 maggio 2017
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Fabio Grassadonia e Antonio Piazza scelgono la favola per raccontare una storia di Mafia fra realtà e visioni.

Sicilian Ghost Story: recensione del film d'apertura della Settimana della Critica a Cannes

Un nuovo soprabito rosso attraversa in parte, lasciando il segno, il cinema italiano d’autore. E' diverso dal cappottino indossato da Isabella Ragonese in Sole, cuore amore (che alludeva a gioia e solarità) e lo è non solo perché è più scuro e simile al color vermiglio del sangue (e quindi della morte) ma anche perché, all’interno di un mondo associato, nelle parole degli stessi Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, ai fratelli Grimm, ci rammenta mele avvelenate, bambine incappucciate che attraversano boschi dove imperversano lupi cattivi e altri topoi tipici della favola.

Rispetto al film di Daniele Vicari, insomma, l’opera seconda degli autori di Salvo - che pure è "politica" - è completamente un’altra storia, una storia siciliana prima di tutto, una storia siciliana di fantasmi, come recita il titolo, nella quale il reale e il fantastico si fondono e convivono in quanto, nella terra della Mafia e dei sequestri, gli orchi esistono per davvero e le streghe mangiano sul serio i bambini, anzi, li sciolgono nell’acido (come ci ricorda quanto accaduto, a metà anni '90, al povero Giuseppe Di Matteo, a cui Sicilian Ghost Story è dedicato).

Che l’isola detta anche Trinacria si prestasse a un racconto simbolico e alle fantasticherie lo sapeva perfino Leonardo Sciascia, e lo sanno i registi che aprono la Sémaine de la Critique di Cannes, che più che sconfinare nell’horror, si assestano su un realismo magico fortemente evocativo che va avanti per visioni, sullo sfondo di una natura cupa, strana, perturbante.

Ora, queste sequenze oniriche - frutto dell’immaginazione di una ragazzina innamorata di un compagno di classe rapito dai malavitosi - di certo sono suggestive e bellissime (la fotografia è del talentuoso Luca Bigazzi), ma si intrecciano alla rappresentazione del quotidiano di Luna e degli altri personaggi senza nessuna logica, quasi dovessero alleggerire un racconto che altrimenti procederebbe incerto, un po’ lento e a tratti privo di grandi sussulti. Senza rendersi conto che la parte del film che funziona di più - o che avrebbe funzionato di più, se fosse stata approfondita - è quella del romanzo di formazione della protagonista femminile - Piazza e Grassadonia invece si incantano, come compiaciuti dalla loro bravura di filmmaker che sanno lavorare con le immagini e che - chissà perché - decidono di concedersi l’assenza di transizioni morbide.

Non che, in un film così poco maistream, ci aspettassimo un’alternativa all’armadio che conduce a Narnia o un Bianconiglio da seguire in un paese delle meraviglie, ma - a meno di non assecondare una discontinuità che potrebbe riprodurre l’imprevedibilità di un pensiero che si affaccia o di un sogno a occhi aperti - ci sentiamo tagliati fuori dall’universo di Luna e di Giuseppe. Se non altro, ad accorciare le distanze fra film e spettatore sono dei villain niente affatto macchiettisti e alcuni limpidi squarci di verità (le fasi del sequestro, certi paesaggi rurali, la vita di scuola).

Lasciati da parte i latrati minacciosi e misteriosi, i varchi attraverso i laghi e gli interni deformati e trasformati in luoghi da incubo o alla Lewis Carroll, Sicilian Ghost Story si fa notare anche per la non arrendevolezza delle generazioni più giovani - che lottano contro l’omertà e il malaffare mentre gli adulti se ne infischiano - e per il loro modo di amarsi: puro, intenso, assoluto, disperato. E’ l’attaccamento di Luna a Giuseppe la cosa più bella del film, metafora di una determinazione e caparbietà che, in Sicilia come nel resto di Italia, sono l’unica via per dire di no ai silenzi di comodo.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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