Rachel: recensione del gothic mystery con Rachel Weisz e Sam Claflin

05 dicembre 2017
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Roger Michell torna nell'800 per raccontare, forse, una storia di emancipazione femminile, pur giocando sempre sull'ambiguità.

Rachel: recensione del gothic mystery con Rachel Weisz e Sam Claflin

Nel 1951 Daphne Du Maurier, che ha già firmato "Taverna alla Gaimaica" e "Rebecca, la prima moglie" (entrambi portati al cinema da Alfred Hitchcock), scrive e pubblica "Mia cugina Rachele". Nel 1952 il libro diventa un film diretto da Henry Koster e interpretato da Olivia De Havilland e da un giovanissimo e promettente Richard Burton. Nel 2017, infine, Roger Michell firma una sua versione cinematografica del romanzo, affidando al gioco attoriale di Rachel Weisz e Sam Claflin e all’evocativa fotografia di Mike Eley il compito di esprimere l’ambiguità e i chiaroscuri dell’animo umano, in bilico fra colpa e innocenza, e infantile impulsività e machiavellica determinazione.

Ora, Roger Michell, che è inglese (seppur d'adozione) proprio come l’ambientazione del suo gothic-mystery, per noi resterà sempre il regista della rom-com Pretty Woman. E cosa c'entra il losangelino Pretty Woman, che pure si rifà al musical e al film di ambientazione londinese My Fair Lady, con la storia del ritorno in Cornovaglia di Rachel Ashley, che prende (inconsapevolmente?) all'amo l’uomo senza qualità Philip trasformandolo in un cagnolino adorante e petulante? L’Hollywood Boulevard su cui "esercitava" la sua Vivian Ward non è forse un'altra galassia rispetto alla tenuta di famiglia dove la luce delle candele crea un'atmosfera torbida e insieme fatata, le perle delle collane mandano un bagliore opaco e ci si affaccia su distese di verde da percorrere in sella a un cavallo fino ad arrivare a minacciose scogliere? Certo che sì, ma tanto in quella favola contemporanea quanto in questa storia di ossessione amorosa e di tisane forse malsane che rimandano al caffè con cui Claude Rains avvelenava Ingrid Bergman in Notorious c’è la centralità di un personaggio femminile, di una donna indipendente che si fa strada nel mondo degli uomini come può, che reagisce con forza ai tentativi di sottomissione e che a suo modo resta un enigma indecifrabile, o comunque un essere inafferrabile.

Se però il personaggio di Julia Roberts era estroverso ed esuberante, con la vedova dal velo nero e il volto dalla forma irregolare ci muoviamo su un terreno più accidentato, perché l'ambiguità si gioca scena dopo scena, fra i non detti e gli atteggiamenti contraddittori di una ragazza cresciuta che potrebbe essere la più turpe manipolatrice e la più crudele assassina al mondo o viceversa la quintessenza della modernità e l'incarnazione di un femminismo ante-litteram che cozza vistosamente con l'ottusità del contesto in cui, tornata dall'Italia, si trova a vivere.

A noi piace più vederla in questo secondo "abito mentale", o anche considerarla un po’ innocente e un po’ colpevole, perché così Rachel supererebbe (e di fatto supera) di gran lunga i limiti del film in costume caratterizzato da un'ottima ricostruzione d'epoca, imponendosi come un horror in cui il terrore nasce dall’incapacità di sondare l'animo umano, di abbracciare l’altro da sé e di comprendere, come già detto, la sostanza di cui son fatte le donne. "Come descriveresti la mia femminilità" - chiede, non a caso, Rachel a Philip? Lui, che abita in una proprietà in cui le uniche femmine sono di razza canina, risponde alla domanda, ma non in maniera esauriente, lasciando così che la sua bella cugina oscilli fra una manipolatrice nonché cacciatrice di ricchezze e una vedova ferita e fragile, ma pur sempre consapevole del proprio posto nel mondo e dell’importanza dei propri impulsi, emotivi e - udite, udite - sessuali.

Perché il sesso c’è eccome in Rachel, ma l’impressione è che Michell, pur senza dimenticarlo, ne stemperi - chissà perché - l'intensità, trasformando l’ossessione di Philip in un capriccio condito da un romanticismo alla Downton Abbey. Allo stesso modo, nonostante il fascino struggente di una natura che si fa "tempesta e assalto" perfino quando è calma e in fiore, anche la tensione del racconto, palpabilissima fin dalle prime battute, è come trattenuta, e a momenti quasi svanisce. Siamo lontani, insomma, dal già citato Rebecca, la prima moglie, anch’esso giocato sulla reale o presunta cattiveria di un personaggio. Il nostro, di personaggio, finisce per essere penalizzato dalla sua ambivalenza, anche se la Weisz la rende squisita e credibile. Mai strega malvagia, la sua Rachel scivola spesso in una dolcezza disarmante ora infinitamente malinconica. Tutto si gioca negli occhi profondissimi dell’attrice, che non perde mai il controllo. 

Meno padrone del suo ingenuo signorotto di campagna è Claflin, non certo benedetto da un personaggio che suscita simpatia, anche perché per Michell diventa il simbolo di una società chiusa e patriarcale dalla quale ci tiene a prendere le distanze. Ci riesce eccome, seppure non in maniera eclatante, e questo perché la sua eroina sembra una creatura del XXI° secolo catapultata a metà del XIX° e il suo film una versione post-freudiana, come lui stesso dichiara, di un romanzo di Jane Austen, che descriveva universi dove ci si fermava ai palpiti del cuore e alle emozioni spesso e volentieri rimosse.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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