Peter Rabbit, la nostra recensione del film ispirato ai racconti di Beatrix Potter

13 marzo 2018
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Il film funziona, ma sacrifica lo spirito originale britannico all'altare di uno sbracamento risaputo.

Peter Rabbit, la nostra recensione del film ispirato ai racconti di Beatrix Potter

Da quando suo padre finì nel pasticcio del vecchio Mr. McGregor, Peter Rabbit guida suo cugino Benjamin e le sue tre sorelle Flopsy, Mopsy e Cotton-Tail alla razzia dei suoi ortaggi. Il suo sogno è tornare in possesso della terra che apparteneva alla sua famiglia di conigli: quando il vecchio muore, il suo dimenticato nipote Thomas (Domhnall Gleeson) eredita la casa e non sembra più malleabile. Forse potrebbe aiutare il comune amore di Peter e Thomas per Bea (Rose Byrne), pittrice vicina di casa e amante degli animali?

Quattro anni dopo il  remake di Annie, il regista Will Gluck riceve il compito di adattare per il grande schermo uno dei capisaldi della letteratura anglosassone per l'infanzia: noto in Italia anche come Peter Coniglio, Peter Rabbit è il primo personaggio nato nel 1903 dalla penna dell'inglese Beatrix Potter, anche illustratrice. I racconti originali sono favole velocissime, a misura di lettura quasi prescolare, ben lontane dall'articolazione necessaria a un lungometraggio: dal punto di vista strutturale quindi i tradimenti nel copione di Gluck e Rob Lieber sono comprensibili. Da parte della Sony Pictures Animation / Columbia c'è la volontà di allargare il bacino d'utenza, perciò la storia e le dinamiche personali sono qui relativamente più elaborate e più adatte anche ai teenager.

Il problema è che un'operazione del genere andrebbe forse condotta con un gusto che cercasse di non disperdere lo charme originale: tra musica pop invadente, sarcasmo strafottente, iperattività nevrotica e persino un pizzico di humor nero, il Peter Rabbit cinematografico suona più yankee che "British doc" come la sua fonte. E' facile, specie per chi culturalmente non è mai stato vicino a Peter Coniglio, sentire in questa proposta più l'eco di Puffi, Garfield, Alvin Superstar o Hop: animali combinaguai pestiferi, umani sostanzialmente imbecilli, morale, amicizia, famiglia. L'assenza di una vera leggerezza britannica non pesa sul divertimento, forse proprio perché giocato su situazioni percorse e ripercorse da tanti film simili: in Peter Rabbit si ride e generalmente il ritmo è corretto. La sventura è che qualche mese è approdato in sala un certo Paddington 2, realizzato con la stessa tecnica ma con un controllo di stile, originalità e gusto che non ha compromesso lo spirito originale, salvaguardando le necessità di uno spettacolo contemporaneo. Insomma, si sarebbe potuto fare, ma si è scelto di non farlo e andare sul sicuro.
Forse quindi, al di là della riuscita per i più piccoli (che apprezzeranno), si è persa un'occasione, specialmente tenendo in conto il lavoro straordinario dell'Animal Logic sulle animazioni e i modelli in CGI dei conigli: un ammirevole equilibrio tra realismo ed espressività, per un'integrazione impeccabile con gli attori e gli ambienti.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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