Peninsula: la recensione

22 ottobre 2020
2.5 di 5

Train to Busan era un'altra cosa: Peninsula è più un blockbuster d'azione che ricorda il cinema di Carpenter, Mad Max e perfino la saga di Fast & Furious che non un horror con gli zombie. E Yeon, dei filmoni hollywoodiani, prende pregi ma anche difetti.

Peninsula: la recensione

Train to Busan era un’altra cosa. Tutta un’altra cosa.
Train to Busan era un horror, uno zombie movie. Peninsula di horror e di zombie movie tradizionalmente intesi ha ben poco: è più un action ad elevato tasso di effetti speciali, nel quale gli zombie sono poco più di un elemento incidentale, e i veri conflitti stanno altrove.
Train to Busan era un film senza troppi fronzoli, secco, lineare e diretto (come un treno, appunto). Peninsula, invece, è un film molto più articolato e ambizioso, molto più disperso e a tratti pure dispersivo, con l’attenzione dello spettatore che non sempre rimane fissa su quello che sta accadendo sullo schermo, tale è l’alternanza di momenti e situazioni e personaggi che porta con sé la legittima necessità di far rifiatare il copione e i protagonisti, di tanto in tanto.
Detto questo, se preso per quello che è e non per quello che si presumeva dovesse essere, Peninsula è a tratti anche divertente.

La premessa è semplice, e fa subito molto 1997: Fuga da New York: un gruppo di sopravvissuti all’apocalisse zombie, che alla fine di Train to Busan era appena iniziata, viene fatto tornare a Incheon. Lo scopo: recuperare milioni di dollari in contanti rimasti in un camion quattro anni prima. Le difficoltà: non tanto gli zombie, che pure danno il loro bel da fare, ma un gruppo di sopravvissuti rimasti sempre lì, e trasformatisi in una società anarchica, violenta e parallela che non ha solo chiare reminiscenze carpenteriane ma anche quelle relative ai mondi post-apocalittici di Mad Max.
A Mad Max, e in particolare a Fury Road, ma ancora di più alla saga di Fast & Furious guardano anche due lunghe e divertenti scene d’azione in auto: la prima è una fuga dagli zombie con al volante una divertente sorpresa che qui non voglio spoilerare; la seconda è un’infinita sequenza finale dove i protagonisti cercano di raggiungere il porto cittadino e fuggire da Incheon col bottino inseguiti dai cattivi che vogliono impedirglielo con orde e muraglie di zombie - che sbucano e piovono, letteralmente, da ogni dove - a fare da ulteriore barriera.

In entrambe queste scene d’azione, di solidissima fattura tecnica, è la CGI a farla da padrona, a ulteriore testimonianza di come Peninsula sia stato per il suo autore, Yeon Sang-ho, un film pensato, girato e strutturato per reggere il confronto con i grandi blockbuster hollywoodiani: e gli incassi fatti registrare dal film in patria e non solo hanno premiato i suoi sforzi.
Non si tratta solo di effetti speciali: si tratta anche di basare un film sull’idea di pura azione, sebbene come detto pronta a sparire sottotraccia e riemergere dopo poco più energica che mai. È però anche vero che Yoeon, dai grandi film americani, ha preso il buono, ma anche i difetti: il costante gioco al rialzo del film, e le sue pur ludiche ma forse eccessive ambizioni mescolate a una serie di retoriche melodrammatiche non troppo efficaci, ne hanno pregiudicato un po’ la capacità di far appassionare ai personaggi, e di tenere alto con costanza il livello della tensione e del divertimento.

Certo, a favore di Peninsula gioca il fatto di essere un film che parla di una pandemia durante una pandemia: ed ecco che non tanto la paura dell’infezione, quanto la responsabilità e il desiderio di mettere in salvo le persone a noi più care, anche a costo di sacrifici, non sembrano poi sottotrame così posticce e pretestuose.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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