Mad Max Fury Road: la recensione del film con Tom Hardy e Charlize Theron

14 maggio 2015
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Incredibile potenza visiva associata a un messaggio quasi sovversivo.

Mad Max Fury Road: la recensione del film con Tom Hardy e Charlize Theron

Un nuovo volto, un nuovo inizio, una nuova destinazione.
Se di reboot dobbiamo parlare, e se Mad Max: Fury Road lo è, allora lo è in una delle maniere più sensate viste finora al cinema. Perché è con una consapevolezza che ha quasi dell’incredibile che George Miller ha preso l’icona che ha creato alla fine degli anni Settanta, e tutto l’armamentario e l’immaginario estetico e non che lo circonda, e lo ha trasportato intatto nel cinema di oggi, incastrandolo perfettamente nel presente e potenziandolo senza snaturarlo.

Se il deludente Oltre la sfera del tuono era inevitabilmente e disgraziatamente figlio degli anni Ottanta - un decennio impossibile per Mad Max, così deciso a nascondere sotto il tappeto tutto lo sporco dei Settanta che invece era stato brodo di cultura e humus generativo per il personaggio -, Fury Road si trova del tutto a suo agio in questo principio di Terzo Millennio, provato e piegato da un crisi che non è solo economica ma culturale, strutturale e ideologica.
Il post-apocalittico, insomma, è perfettamente appropriato all’oggi, e Miller lo sa. Come sa che alla radicalità essenziale dei primi due film della serie di Mad Max andava aggiunta la grandiosità spettacolare del cinema contemporaneo, spingendo senza paura alcuna sull’acceleratore: in ogni senso possibile.

Il nuovo Max di Tom Hardy è più ruvido e tormentato di quello di Gibson, è più massiccio, letale e grugnisce perfino di più; i colori sono saturi all’inverosimile, che si tratti dell’arancione del deserto o del blu della notte; i veicoli più elaborati e più veloci; i personaggi più estremi nei costumi, nell’iconografia, nella bellezza o nella deformità patologica perfino in senso puramente fisico. Miller è ancora fieramente punk, il suo film un’opera rock che porta all’estremo il tribalismo degli esordi e ci innesta sopra l’estetica malata del Dune di Lynch, rivista e corretta, che travolge come un ciclone.
Le due ore di Fury Road sono una corsa frenetica ed esplosiva che lascia senza respiro, che assalta i sensi e regala uno stupore come da tempo il cinema d’azione non faceva. Miller, con buona pace di tanti omologhi hollywoodiani, ridefinisce gli standard del genere, sposta in avanti i confini di un’industria che, presa dal vortice di benzina, sabbia e adrenalina, si trova costretta ad accettare un’estetica ardita e un messaggio sovversivo. La domanda, infatti, oggi più che mai è centrale: correre, correre, ma per arrivare dove? Per lasciarsi cosa alle spalle? E ancora: chi fugge, e da cosa?

In tutta la sua vertiginosa spettacolarità, Fury Road si basa su un discorso che non si esita a definire politico: nella fuga dell’Imperator Furiosa di Charlize Theron (vera protagonista del film) e delle concubine del villain, Miller non racconta solo la rivolta di un femminile che rifiuta la violenza e lo sfruttamento, ma qualcosa di più complesso. Anche perché, alla fine, la loro destinazione non potrà essere né l’eden utopico né il naufragio nichilista, ma il ritorno a un punto di partenza che deve cambiare di segno.
Nel suo tripudio di metallo e carburante, Fury Road celebra il canto del cigno della civiltà industriale e capitalista così come l’abbiamo conosciuta fino a oggi; nella rivolta di chi è sfruttato e nella consapevolezza che nasce nei soldati del sistema, il segno di una rottura che è già avvenuta; nel suo specifico femmineo, generativo e materno, che s’incontra col pragmatismo maschile di Max, la direzione da percorrere affinché le cose possano cambiare dall’interno, gestendo le risorse e l’umanità (tanto in senso fisico quanto etico) in modo nuovo e diverso.

In tutto questo, l’alone mitico di Max, antieroe solitario e dal cuore d’oro, è salvo. Anzi, è più forte che mai, anche in virtù del passo indietro che è chiamato a compiere, al suo ruolo di strumento e traghettatore, più che di protagonista.
Ruvido e selvaggio, ha poco tempo per i sentimentalismi e lascia dietro chi deve lasciarsi dietro senza perdere tempo a versare lacrime, ma non per questo non provando dolore; e anche all'apice del terremoto, è sempre strumento di consapevolezza e perfino punto fermo, perfino oasi di riflessione e respiro.
Perché lo spirito di sopravvivenza che Max rivendica all'inizio del film non si traduce solo in una difesa aggressiva e determinata, ma anche nella capacità di donarsi, comprendere e accettare. Di incontrare il femmineo e abbracciare la sua generatività, senza perdere un briciolo della suo essere uomo e maschio. Vi pare poco?


 
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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