Train to Busan: recensione dello zombie movie coreano di Yeon Sang-ho

21 ottobre 2016
3.5 di 5
13

Train to Busan: recensione dello zombie movie coreano di Yeon Sang-ho

Train to Busan: recensione dello zombie movie coreano di Yeon Sang-ho

Dopo Snakes on a Plane, ecco arrivare gli zombie on a train.
Sì, perché Train to Busan, che dopo il Festival di Cannes è stato presentato anche alla Festa del Cinema di Roma, avrebbe potuto intitolarsi tranquillamente così, dato che al centro della storia ci sono le vicende di un gruppo di personaggi che si trovano a prendere un treno che va da Seoul a Busan proprio quando, a loro insaputa, si sta scatenando un'apocalisse zombie. Che, ovviamente, dovranno fronteggiare proprio lungo i vagoni del convoglio che li ospita.
Se però il film con Samuel L. Jackson guardava esplicitamente alla serie B (ma anche C, D, e così via), quello di Yeon Sang-ho è un horror spettacolare ad alto budget, che di cheap non ha nulla di nulla, e che anzi conta su una confezione - come spesso accade col cinema commerciale coreano - di tutto rispetto. E ha sbancato i botteghini di casa sua

Train to Busan azzecca un prologo divertente, costruisce bene i suoi protagonisti (un fund manager che porta la figlioletta dalla madre, una donna incinta e il marito un po' bisonte, degli adolescenti in trasferta con la squadra di baseball, concentrandosi in particolare sulla backstory dei primi) e poi parte - è proprio il caso di dirlo - come un treno per raccontare l'Odissea per la sopravvivenza dei suoi personaggi, braccati da zombie di derivazione boyliana tanto nell'origine (il solito outbreak batteriologico) quanto nella velocità.
Siccome, poi, nei film di zombie usa fare così, anche in questo di Yeon c'è una bella metafora politica sottostante, che sarebbe quella di un mondo (neo-capitalista) dominato da un egoismo al quale non riesce a fare a meno nemmeno quando la catastrofe è conclamata e generalizzata, e tocca anche gli Scrooge che l'hanno causata. E sarà grazie ai buoni e generosi se qualcuno sopravviverà, e colpa degli ostinati egoisti se qualcuno, invece, andrà a cadere, ingrossando così le fila delle rabbiose creature affamate di carne umana: il 99%.

Un sottotesto forse non davvero necessario, in un film come Train to Busan, e il suo regista sembra saperlo bene, usandolo in maniera decisamente poco predicatoria e dando la chiara impressione che sia stato messo lì soprattutto per inspessire il pathos drammatico del rapporto tra il manager (che ovviamente parte egoista) e la sua bambina (che, altrettanto ovviamente, è buona e generosa).
È quindi nella sua dimensione più puramente ludica e spettacolare che Train to Busan trova i suoi momenti migliori, con diversi momenti carichi di adrenalina, umorismo e tensione sia sul treno che fuori, con scene di massa che fanno una certa impressione. E perfino un momento nel pre-finale che punta dritto, con una certa retorica alla commozione, ha una sua bizzarra efficacia.

Peccato solo per l'evidente logorrea di Yeon, che porta il suo film quasi a due ore di durata quando 30 minuti in meno gli avrebbero fatto solo del bene, e quindi risultando un po' ripetitivo nonostante non ci siano cali di tensione particolarmente sensibili; peccato per un finale un po' storto, non all'altezza di quel che è venuto prima.
Ma tutto sommato, di fronte a Train to Busan non è che ci si possa lamentare troppo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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