1997: Fuga da New York: recensione del cult movie di John Carpenter

11 maggio 2020
4.5 di 5
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"Chiamami Jena", ma non solo. Un cult movie che non è affatto invecchiato e che influenza autori e film da quarant'anni.

1997: Fuga da New York: recensione del cult movie di John Carpenter

Un paio di secche didascalie che danno il quadro della situazione, poche note di synth, qualche inquadratura di una Manhattan buia, cupa, e recintata. Basta pochissimo a John Carpenter per creare un’atmosfera e fartici precipitare dentro. Prima ancora che a precipitare sia l’aereo del Presidente, o che il leggendario Jena Plissken entri in scena, tu sei già lì, calato nel mondo distopico di 1997: Fuga da New York, dal quale uscirai solo al partire dei titoli di coda.
Perché Carpenter è uno di quelli che il cinema lo fanno sembrare una cosa semplice, cui bastano pochissimi elementi per fare le sue magie: e rivedere oggi quanto sia essenziale il suo film, e che enorme differenza ci sia con la sovrabbondanza del cinema odierno, spesso utile solo e soltanto a dissimulare un vuoto pneumatico di idee e contenuti, fa abbastanza impressione.

Invecchiare, è invecchiato benissimo 1997: Fuga da New York. E non è solo questione di iconicità, di “Chiamami Jena” o di “Mi chiamo Plissken”, del Duca o del combattimento col gigantesco Slag, precursore del Zangief di Street Fighter II. Non è solo questione di essere - a pieno titolo - un cult movie.
Quello di Carpenter era e rimane un gran film, un film dove il cinema e le sue regole, e l’intrattenimento dello spettatore, vengono prima di qualunque forma di ammiccamento, o di strizzata d’occhio. Che qui sono peraltro così limitate (i personaggi battezzati Romero e Cronenberg, per dirne una sola) da risultare virtualmente ininfluenti.
1997: Fuga da New York non ammicca, non omaggia, non cita. 1997: Fuga da New York viene citato da quarant’anni, e non smette di esercitare la propria influenza su chiunque ami il cinema di genere o lo voglia addirittura fare, il cinema di genere.

Quella di fare dell’intera Manhattan un’enorme prigione, e che a sua volta quella prigione diventi un mondo con regole a sé, è un’idea folgorante, che Carpenter espande e mette in scena con un’intelligenza cinematografica superiore alla norma.
La New York del suo film altro non è che la logica espansione e proiezione futuribile di quella di I guerrieri della notte, che era arrivato nei cinema appena due anni prima, dentro il quale Carpenter ha aggiunto parte dell’immaginario post-apocalittico del primo Mad Max (anche quello datato 1979, come il film di Hill). Ma non c’è dubbio che tutto, nel film, porti la firma del suo autore, che ogni possibile riferimento sia stato filtrato e rielaborato dalla sensibilità autoriale di uno degli autori più importanti del cinema americano degli ultimi cinquant’anni.
La costruzione della suspense è quella di Halloween. Le ambientazioni notturne e decadenti, le minacce senza volto, la claustrofobia sono quelle di Distretto 13. Le figure quasi zombesche che emergono dai tombini di Manhattan per razziare la città (chiamati “Crazies”, come nel film di Romero), sono quelle che torneranno guidate da Alice Cooper in Il signore del male. Il mix di generi, tra western, horror, fantascienza e thriller d’azione, puro Carpenter.

Puro Carpenter sono anche l’ironia, che non viene mai a mancare nemmeno nei momenti più tesi, e il sottotesto politico, che anzi non è per nulla sotto-, e che sarà la base sulla quale poi il regista costruirà Essi vivono.
Non sorprende che il soggetto di 1997: Fuga da New York Carpenter l’avesse scritto in uno dei momenti più caldi della storia politica americana, all’indomani del Watergate, quando la disillusione e l’amarezza, e la sfiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni politiche erano al loro massimo.
Tutto, nel film, dal personaggio di Jena al linguaggio che viene usato, è chiaramente antagonista, contro-culturale, anarchico.
Plissken non è solo l’anti-eroe solitario cinico e sfiduciato dal mondo, eppure dotato di un suo personale romanticismo e di una sua etica profonda, ma è vero e proprio agente sovversivo: nella prigione di Manhattan ci finisce per rapina (trovate su YouTube le immagini di quella che doveva essere l’apertura del film, dove al fianco di Kurt Russell, alle prese col ruolo che avrebbe cambiato e lanciato la sua carriere, c’è - guarda caso - il Joe Unger che era Ajax nei Guerrieri della notte), e dalla prigione di Manhattan esce rifiutando ogni accordo con “the Man”, col governo e l’autorità, e con un gesto che un vero e proprio manifesto anarchico. E, a suo modo, puramente morale e umanista.

Ancora oggi 1997: Fuga da New York ci ricorda, ce ne fosse bisogno, quanto sia stato grande John Carpenter, quanto fondamentale il suo cinema sia stato per intere generazioni di registi e di cinefili. E di come il cinema avvincente e spettacolare non solo poteva e può essere fatto con poco in termini materiali, con essenzialità stilistica e con tante, forti e precise idee. Un cinema di cui, oggi più che mai, si sente la mancanza.

1997: Fuga da New York
Il Trailer Ufficiale del Film


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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