Parigi può attendere: recensione del film di Eleanor Coppola con Diane Lane e Alec Baldwin

13 giugno 2017
2.5 di 5
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Un viaggio on the road alla scoperta del terroir, dei piaceri della vita, e del segreto dell'esistenza.

Parigi può attendere: recensione del film di Eleanor Coppola con Diane Lane e Alec Baldwin

Così tanti cliché sulla Francia e sui francesi (ma, tutto sommato, anche sugli americani) non si vedevano dai tempi di Frech Kiss, o del sottovalutato Un'ottima annata di Ridley Scott.
Sorprende forse un po', allora, che questa visione così stereotipata e cartolinesca arrivi da Eleanor Coppola, moglie Francis e mamma di Sofia, che dopo tanti documentari (famosissimo quello sulla lavorazione di Apocalypse Now, Hearts of Darkness: A Filmmaker's Apocalypse) debutta nella regia di un film di finzione a 80 anni suonati.
Ma d'altronde lo sguardo degli americani sull'Europa, anche quello degli americani più intellettuali, è sempre stato così: basti pensare anche a Woody Allen: non che Parigi può attendere sia in alcun modo paragonabile a uno dei film europei di Allen, intendiamoci.

Da un lato, l'americana pragmatica, moglie fedele di un produttore cinematografico troppo dipendente da lei, arrivata a un punto morto della sua esistenza; dall'altro, il collega francese del marito, che si offre di accompagnarla in auto da Cannes, a Festival concluso, a Parigi, mentre l'uomo deve volare a Budapest.
Un viaggio che dovrebbe durare una manciata d'ore, e che invece di prolunga per giorni: perché come in ogni viaggio che si rispetti, è proprio quello a contare (il viaggio), e non la meta.
La pragmatica e impantanata americana si troverà quindi di fronte al un personaggio che sarebbe stato perfetto per un Depardieu più giovane: quello del francese viveur, seduttore, amante prima di tutto del buon cibo e del buon vino, contrario ai sensi di colpa (che rovinano la digestione) e deciso a godersi la vita al meglio.

Ordine contro disordine, norma contro piacere, velocità contro lentezza, sapori standardizzati, industriali e pastorizzati contro quelli genuini, selvatici e naturali. Indovinate un po' chi vince?
E ovviamente, al termine di quel viaggio, la pragmatica e impantanata americana non sarà poi più così pragmatica e impantanata, anche perché il francese viveur e signore non è poi così cialtrone come a tratti aveva dato l'impressione di essere, mentre il marito rimane l'autoriferito che è sempre stato.

Tutto secondo i piani, quindi, tutto ampiamente prevedibile e auspicabile, in questo filmino appena un po' senile ma godibile come un buon bicchiere di Borgogna: cinema turistico, da Guida Michelin (rossa e verde), vacanziero e alla fine rinfrescante, pur in tutta la sua ingenuità.
Perché, diamocelo chiaramente: a chi non piacerebbe fare un viaggio come quello che Arnaud Viard fa fare a Diane Lane, soste eno-gastronomiche tutte all'insegna del territorio (pardon, del terroir) comprese?



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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