Nido di vipere: la recensione del neo-noir coreano che guarda ai Coen e a Tarantino

02 agosto 2022
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Arriva finalmente anche nei nostri cinema (dal 15 settembre con Officine Ubu) il film d'esordio di Kim Yong-hoon che ha fatto il giro dei festival internazionali, e che è un perfetto esempio di quello che è e riesce a fare oggi la migliore industria cinematografica del mondo: quella coreana. Recensione di Federico Gironi.

Nido di vipere: la recensione del neo-noir coreano che guarda ai Coen e a Tarantino

Cos’è l’industria, intesa cinematograficamente parlando? È quella cosa che dona struttura a un sistema e che gli permette di esprimere professionalità nei suoi vari reparti, a cominciare dalla scrittura, così da arrivare a un prodotto finito, a una storia, a un film, che funziona sotto ogni punto di vista a livelli come minimo accettabili, che è in grado di funzionare a livello commerciale tanto quanto dal punto di vista artistico.
Forse è stato detto e ridetto, nel corso degli ultimi anni, ma se c’è un paese in cui questa idea di industria è stata messa in piedi con determinazione e funziona benissimo, questo paese non è di certo l’Italia (che pure l’aveva e l’ha mandata a rotoli), e in fondo nemmeno l’America, con una Hollywood contemporanea dominata da figure di marketing che il cinema non sanno nemmeno da che parte lo si guardi. Quel paese, è stato forse detto e ridetto, ma fa bene ripeterlo, è la Corea del Sud.
E a dimostrarlo arriva finalmente anche nei nostri cinema Nido di vipere, il film d’esordio di Kim Yong-hoon meglio noto col titolo internazionale di Beasts Clawing at Straws.

Oltre a rispecchiarne perfettamente l’ideologia industriale, Nido di vipere è un caso esemplare del cinema coerano contemporaneo anche dal punto di vista della stratificazione e della mescolanza dei generi e da quello della metabolizzazione locale di influenze estere.
Quello di Kim Yong-hoon è infatti un neo-noir al cui interno si rintracciano facilmente dosi abbondanti di commedia (nera e non), di thriller tradizionale, di dinamiche pulp chiaramente tarantiniane. Più, però, che verso Pulp Fiction e il suo autore, i debiti di Nido di vipere sono chiaramente quelli nei confronti del cinema dei fratelli Coen: certamente Fargo, e, certamente, Non è un paese per vecchi, ma senza dimenticare mai Blood Simple, o Crocevia della morte.
Perché quella che Kim Yong-hoon mette in scena è, sì, certamente, una storia di rapacità e di avidità che vengono punite, ma ancora di più è una storia che racconta, come sempre i Coen, del grande e imperscrutabile caos dell’esistente e dell’esistenza, che non si cura di piani, strutture, impicci, imbrogli per imporre a noialtri essere umani una casualità spesso beffarda.

In Nido di vipere ci sono una borsa (Louis Vuitton, per non sbagliare) piena di soldi, un armadietto in cui viene abbandonata, un inserviente squattrinato che la ritrova, e poi, tutti attorno a loro, con gradi diversi di rapacità, un gangster e il suo silenzioso scagnozzo armato di mannaia, un doganiere indebitato in cerca di un pollo da spennare e un suo riluttante complice, una giovane prostituta vessata da un marito violento, un ragazzetto cinese che potrebbe liberarla da questo suo problema, una femme fatale legata un po’ a tutti questi personaggi con uno squalo tatuato sulla coscia.
La vicenda è divisa in capitoli, si salta in avanti e all’indietro con la cronologia, a tratti emergono riferimenti hitchcockiani, si parla anche di amicizia, e di amore, e di famiglia. Ma, più di ogni altra cosa, il meccanismo narrativo e gli incroci tra i personaggi sono precisi e oliati, e tutto funziona alla perfezione. Come funzionano la regia e le interpretazioni.
Poi, certo: Kim Yong-hoon non sarà un Park Chan-wook, o un Bong Joon-ho (almeno qui, e oggi, poi chissà, anche se). Ma è un regista capace, e intelligente, e in grado di funzionare dentro un contesto industriale, di quell’industria di cui si diceva, di cui, come tanti colleghi, è espressione perfetta. Uno in grado di assemblare un prodotto che funziona narrativamente e commercialmente, e di metterci dentro, a questo prodotto, anche qualcosina di suo. Non dico di arte, ma comunque di suo.
Avercene a casa nostra, di film e registi così.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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