Mr Cobbler e la bottega magica: recensione della commedia con Adam Sandler

19 luglio 2016
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In un film che spiega cosa significhi mettersi "nei panni" degli altri, l'attore svela un lato malinconico.

Mr Cobbler e la bottega magica: recensione della commedia con Adam Sandler

Buone notizie per chi, credendosi un millepiedi, spende e spande nei negozi di calzature! Nella nuova commedia con Adam Sandler, la magia, oltre che nel titolo, è contenuta nel capo d’abbigliamento a cui il tenero protagonista della vicenda dedica alacremente le proprie energie e che per feticisti, fashion- victim e amanti del bello è croce e nello stesso tempo delizia: le scarpe. Evviva!

Grazie a un'idea di Thomas McCarthy e di Paul Sadot, sneakers, decolleté tacco 12, duilio, stivali e mocassini diventano il pane quotidiano di un taciturno bottegaio del Lower East Side newyorchese, un uomo mite che un "professorone" di psichiatria definirebbe depresso cronico, ma che a noi appare piuttosto un "osservatore", una persona che la vita la lascia scorrere davanti a sé, invece di morderla con gusto quasi fosse il frutto proibito dell'Eden. Ebbene, il nostro signor ciabattino, che di nome fa Max Simkin, un giorno tira fuori dalla cantina una vecchia cucitrice appartenuta a suo padre, ripara un paio di scarpe, le infila e - meraviglia delle meraviglie - improvvisamente si trasforma nel cliente che le ha portate a riparare. Meraviglia delle meraviglie! Ecco allora che, in un battibaleno e con un'ottima premessa narrativa, les jeux sont faits per l'irresistibile comico del Saturday Night Live - alias lo Zohan di Dennis Dugan, l’ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson e l'annoiato architetto di Cambia la tua vita con un click.

Con quest’ultimo film, Mr Cobbler e la bottega magica condivide l’elemento fantastico e la presenza di un fatato oggetto combinaguai con cui Sandler si avventura in un territorio nel quale si muove da sempre con estrema destrezza. Il tono però è diverso, molto diverso, almeno all'inizio, perché qui siamo nel territorio di una favola a suo modo amara, con un primo attore che rinuncia ai virtuosismi di una comicità fisica, funambolica e febbrile per tentare una recitazione più quieta e appropriarsi di una malinconia di fondo che va ad infilarsi fra le mensole e i mucchi di lacci e ad accomodarsi sulle poltrone del barbiere del negozio accanto.

E' la dolce tristezza delle prime sequenze - insieme a un protagonista in modalità disillusa - che dà a Mr Cobbler una sua unicità, che si mescola con il sapore indipendente di "un film di quartiere" che fa pensare alle trasposizioni cinematografiche dei libri di Paul Auster (allo stesso modo ambientati a NY). Anche nel film del regista de Il caso Spotlight l'area urbana in cui l'azione si svolge è un personaggio ingombrante e seducente, seppure nella sua semplicità. Nella nostra storia, in particolare, è un luogo da proteggere contro i giganti senza scrupolo dell'edilizia, e l'introduzione di questo tema, con la metamorfosi della vicenda in commedia morale, permette a Max di assurgere al rango di supereroe, di giustiziere dai piedi mascherati che finisce per sventare il crimine.

Un simile cambio di genere (che pure "ci sta" in un summer movie) putroppo banalizza Mr Cobbler e la bottega magica, avviandolo verso una pre-conclusione dolciastra spazzata via in corner da un finale inverosimile che tenta idealmente di collegarsi alla pazza e irresistibile mezz'ora delle trasformazioni di Simkin: momento spassosissimo, in cui il vecchio Adam fa capolino senza mai strafare e che attinge a piene mani dalla freschezza e versatilità di un valido gruppo di attori secondari.

Abbellito dall'impeccabilità di Dustin Hoffman, Ellen Barkin e da Steve Buscemi - che nei panni del Nucky Thompson di Boardwalk Empire ha saputo "vestire" come nessuno mai le favolose scarpe dei gangster del Proibizionismo - Mr Cobbler è infatti anche un film di comprimari, dei vari Dan Stevens, Fritz Waver e Method Man, che hanno saputo interpretare a meraviglia i clienti in cui il calzolaio dal grembiule verde si tramuta. Tutti sembrano essere andati a lezione di recitazione da Sandler, sebbene nessuno lo imiti pedissequamente.

Eppure di questi personaggi minori non impariamo nulla, non sappiamo bene chi siano né quali problemi abbiano. Peccato, se qualcuno li avesse approfonditi, avrebbero reso più colorato l’affresco, e più dinamico il tableau vivant di McCarthy, uomo di cinema che sempre sa eccellere nel ritratto di una coralità, qualsiasi essa sia.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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