Mi chiamo Maya - la recensione del film di Tommaso Agnese

06 maggio 2015
2.5 di 5
66

Il regista debuttante racconta il problematico mondo dell'adolescenza metropolitana.

Mi chiamo Maya - la recensione del film di Tommaso Agnese

L'adolescenza contemporanea è un territorio ancora inesplorato. E' come se si fosse persa la capacità di ascoltare i nostri ragazzi e dunque di capirli. Dietro a troppe storie di vandalismo, bullismo, microcriminalità e disperazione giovanile si nasconde infatti l'assenza o l'inadeguatezza di genitori, costretti dalla crisi a dedicare al lavoro o alla sua ricerca tutto il tempo disponibile e comunque spesso depressi, demotivati e incapaci di fornire modelli positivi ai propri figli.

E' interessante che un'opera prima come quella di Tommaso Agnese, regista di film di genere ma anche di documentari istituzionali proprio sull'adolescenza in una grande città come Roma, nasca dalla frequentazione di questo ambiente, che conosciamo solo dalle cronache di qualche tg su insospettabili baby gang o su altrettanto “normali” ragazzi che si sballano in discoteca o si prostituiscono sul web e nella vita. Di normale l'adolescenza non ha proprio niente: è l'età in assoluto più ricca di contrasti, in cui il diapason dei sentimenti è al livello massimo e l'amore spezza il cuore, dove un dolore può uccidere l'anima e una difficoltà da poco apparire insormontabile. Perché è un'età che vive il presente e non riesce a proiettarsi nel futuro, consuma l'oggi come se non ci fosse un domani.

Con questo film, Agnese e il suo cosceneggiatore Massimo Bavastro mettono insieme in una cornice di finzione le varie realtà con cui sono venuti in contatto in fase di ricerche. Raccontano dunque la storia di una ragazza romana, Niki, che in seguito a una disgrazia famigliare, per non finire in una casa famiglia e – soprattutto - essere divisa dalla sorellina Alice scappa con lei in una fuga che dura tre giorni e tre notti e che la porta a fare svariati incontri: una coetanea che fa la cubista in una discoteca pomeridiana, una ragazza di “buona famiglia” che le ricopre di regali perché le ritiene pittoresche e trasgressive, un giovane artista itinerante, una tatuatrice e piercer ecc., mentre la goffa ma comprensiva assistente sociale a cui sono state affidate tenta di ritrovarle prima della polizia.

Dal punto di vista formale, Mi chiamo Maya è fin troppo ineccepibile: ben girato, con un bel gusto per la composizione delle inquadrature, una scelta accurata delle location che mostrano una Roma ancora poco vista e bravi attori, anche nei piccoli ruoli. Quello che però nuoce all'identificazione del pubblico adulto più smaliziato è proprio questa eccessiva cura estetica in una storia che sarebbe stata diversa, ad esempio, se le ragazzine in fuga fossero state due piccole coatte magari non così belle e intelligenti. Limitare il numero di incontri ed eventi fondamentali per il cammino della protagonista - inclusa la sua prima volta - che accadono in uno spazio di tempo (narrativo e filmico) molto limitato, avrebbe aumentato l'impressione di immediatezza e realismo.

Va comunque dato atto ad Agnese di aver diretto con sensibilità le protagoniste di questo road movie, dalla mamma alternativa e pazzoide di una delle tante famiglie monoparentali che esistono oggi, che ha la verve di Carlotta Natoli, all'imbranata assistente sociale di Valeria Solarino, con un'attenzione particolare alle due protagoniste: la bellissima attrice e modella ventitreenne Matilda Lutz (già impegnata sul suo primo set americano) e la piccola Melissa Monti, che ha il volto di una Ornella Muti bambina ed è così espressiva e naturale da commuoverci e farci preoccupare per lei.

Mi chiamo Maya è un film che invita a riflettere sul disagio adolescenziale e che un pubblico coetaneo della protagonista potrebbe apprezzare senza filtri critici e intellettuali, riconoscendovi alcune delle situazioni e delle persone tipiche del loro mondo senza adulti.

Mi chiamo Maya
Il trailer del film - HD


  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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