Land of Bad: la recensione del film con Russell Crowe in streaming su Prime Video

29 febbraio 2024
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William Eubank, regista del sottovalutato b-movie Underwater, si cimenta nell'aggiornamento del cinema d'azione militare di stampo anni Ottanta. Lui sa come muovere la macchina da presa e comporre un'inquadratura, per tutto il resto c'è Russell Crowe. La recensione di Land of Bad di Federico Gironi.

Land of Bad: la recensione del film con Russell Crowe in streaming su Prime Video

Era una mattina grigia e piovosa, nella quale mi sentivo come se mi fosse passato sopra un camion. Colpa di un brutto raffreddore, temo.
Dovevo, comunque, vedere alcuni film da recensire e, se la scelta è caduta proprio su Land of Bad, è stato perché lo ritenevo meno impegnativo di altri titoli, e perché mi sono reso conto che è stato diretto da William Eubank.
Chi è William Eubank?, vi chiederete giustamente. È il regista di un sottovalutato b-movie come Underwater, una specie di Alien sottomarino con Kristen Stewart in mutande a vita bassa proprio come Ripley, e con un finale quasi lovecraftiano.
Underwater mi era piaciuto molto, ero curioso quindi di vedere cosa avrebbe combinato questo regista alle prese con un genere diverso ma altrettanto codificato (missione impossibile di una squadra di corpi speciali in ambiente tropicale e ostile), che qui aggiorna i tropi degli anni Ottanta all’era della cosiddetta “guerra intelligente” e dei droni.

In Land of Bad, infatti, la storia procede seguendo due protagonisti siti in due luoghi diversi del mondo.
Sul campo, nel sud delle Filippine, c’è Liam Hemsworth, sottomarca di Chris (ma anche suo fratello), nei panni di un novellino mandato in missione con alcuni Delta Force di chucknorrisiana memoria. Non è uno delle forze speciali, lui, ma uno di quelli che coordinano le forze di terra con i piloti dei droni che le seguono e assistono.
Nella base aerea di Nellis, alle porte di Las Vegas, c’è invece Russell Crowe, che è un capitano dell’aeronautica americana insofferente all’autorità nonché pilota del drone che sta assistendo Hemsworth, e che, in seguito a numerosi imprevisti, dovrà cercare di guidare il ragazzo alla salvezza dopo che la sua squadra è stata eliminata e la missione andata a ramengo.

Da un lato quindi c’è il cinema d’azione retorico, patriottico, perfino reazionario degli anni Ottanta, degli Stallone, degli Schwarzenegger, dei Norris, quello che non è mai morto e che in varie forme è arrivato comunque fino a noi, e che qui Eubank declina con precisione classica e un dinamismo contemporaneo, lui che, comunque, sa come si compone un’inquadratura e come si muove una macchina da presa.
Dall’altra non ci sono invece le riflessioni etico-filosofiche del Good Kill di Andrew Niccol, il film in cui Ethan Hawke era anche lui un tormentato pilota di droni che seminava morte da remoto a migliaia di chilometri di distanza, ma l’anarchia, la simpatia, la professionalità e il senso del dovere del personaggio di Crowe, uno che non ha fatto carriera per via del suo brutto carattere, e sul punto di avere il nono figlio da una quarta moglie che, purtroppo, è vegana.

Se bisogna ammettere che Liam Hemsworth, probabilmente suo malgrado, funziona benissimo nei panni del giandone inesperto dallo sguardo vacuo, che combina piccoli ma significativi guai a ripetizione (per poi però trasformarsi in una specie di versione iper steroidea del Martin Riggs più spiritato nel discutibile finale del film), il vero motivo per mettersi davanti allo schermo per vedere questo film è la presenza di Crowe.
Un Crowe che ormai da tempo sta giustamente comodissimo nei panni taglia XXXL di sé stesso, che qui indossa la camicia hawaiana sotto la divisa, e che illumina di profonda ironia e sprazzi di una classe innata e mai gratuitamente ostentata ogni scena di cui appare.
Un Crowe per il quale da tempo ho un debole, per via della sua resistenza, fisica e intellettuale, alle peggiori derive del contemporaneo, per la sua simpatia. E anche per la sua capacità di portare a casa un film chiaramente alimentare come questo senza stare a sventolarti l’assegno sotto il naso tutto il tempo.

È anche e soprattutto grazie a lui, e un po’ a Eubank, se un film discontinuo e che si lascia un po’ andare come questo, finisce con l’essere percepito tutto sommato come un onesto e compatto film di genere.
Non sarà Underwater, è comunque serie B, ma in un giorno grigio e piovoso, in un giorno in cui ti senti come se un camion ti fosse passato sopra, e hai bisogno di qualcosa di poco impegnativo, può essere a suo modo confortante.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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