La casa di famiglia Recensione

Titolo originale: La casa di famiglia

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La casa di famiglia: recensione della commedia con Lino Guanciale, Matilde Gioli, Libero De Rienzo e Stefano Fresi

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La casa di famiglia: recensione della commedia con Lino Guanciale, Matilde Gioli, Libero De Rienzo e Stefano Fresi

Stanno bene insieme, e sono credibili come fratelli, anche se non si assomigliano poi molto, Stefano Fresi, Matilde Gioli, Lino Guanciale e Libero De Rienzo, ed è già qualcosa, perché tutti sappiamo quanto il cosiddetto "mistcasting" possa guastare un'opera di finzione e quanto il punto di partenza di un film a cui interessa conquistare una grossa fetta di pubblico sia spesso il richiamo di questo o quell’altro nome a prescindere da ogni buona dinamica di gruppo. E invece Augusto Fornari, che da attore (e autore) più teatrale che cinematografico sa quanto un'ottima intesa arrivi a giovare a una qualsiasi vicenda inventata, ha capito che questi quattro bravi attori, famosi ma non troppo, condividono una serie di caratteristiche che ne La casa di famiglia sono fondamentali per permettere al racconto di muoversi fra comicità e malinconia: una tenerezza che passa attraverso lo sguardo, una leggerezza che fa rima con grazia e delicatezza e il rispetto per il ruolo che si è chiamati a ricoprire, da non svilire asservendolo alla propria personalità. Quanto ai personaggi che il quartetto dagli occhioni azzurri si trova a interpretare, ad accomunarli è una villa di campagna che sono costretti a vendere senza sapere che l’amato padre, in coma da cinque anni, sta pensando di risvegliarsi e di ricominciare a vivere proprio nella dimora di famiglia.

Ecco la premessa della nostra storia, una premessa stuzzicante, non c’è che dire, e siccome bisogna ricomprare il mobilio venduto a un brutto ceffo ma recuperarlo per intero si rivela un'impresa titanica, e in più c'è il compratore dell’immobile intenzionato a smascherare l’imbroglio, La casa di famiglia parte subito con un ritmo allegro e scoppiettante e soprattutto lascia che i suoi protagonisti si cimentino in un'esilarante comicità di situazione che sulle prime rimanda alla pochade, o meglio a un Goodbye, Lenin! travestito da pochade, con un genitore al quale si tacciono cambiamenti, anche se la morsa della recente crisi economica è cosa ben diversa dal crollo del comunismo e del Muro di Berlino. E tuttavia, nonostante un paio di sequenze davvero spassose (di cui una irresistibile legata a una collezione di soldatini soppiantata da orribili tartarughe), e nonostante un cameo di Nicoletta Romanoff strepitosa infermiera russa, la risata non sempre arriva potente e fragorosa. Non che fossero necessari più equivoci e capitomboli o una recitazione sopra le righe, ma sembra quasi che la paura di fare del teatro filmato abbia frenato il regista, inducendolo a non sfruttare fino in fondo né le potenzialità dell'unità di luogo, né il gioco di attori che i tempi comici li possiedono eccome, né tantomeno le debolezze dei personaggi, a cominciare dalla rigidità del Giacinto di De Rienzo.

O forse Fornari evita frizzi e lazzi perché, più di ogni altra cosa, gli interessa tuffarsi nell'increspato mare della famiglia, nuotando in acque dalle quali affiorano gli scogli dei rancori covati che finiscono per dividere e in cui sono affondati i relitti dei ricordi condivisi, degli oggetti che possiedono un valore affettivo e delle scelte di vita che hanno incrinato i rapporti. La famiglia, così come la intende questo film non perfetto ma sincero, è sia un isolotto su cui hanno avuto origine fraintendimenti e incomprensioni e dove ci è rimasta appiccicata addosso un'identità che ci appartiene solo parzialmente, sia un porto sicuro in cui alla fine possiamo rifugiarci per essere noi stessi e dove le piccole marachelle ci vengono perdonate.

Paradossalmente è solo qui che fa capolino il teatro (non come linguaggio, ma come temi) e che quindi rispuntano gli antichi greci con le loro storie di figli che ripetono gli errori dei padri o ne assorbono i difetti, o che pagano le conseguenze di errori commessi, o che infine perseverano in comportamenti sbagliati, confondendosi con la maschera in cui si sono trasformati per compiacere o viceversa deridere un fratello o una sorella. Questa analisi dà spessore a La casa di famiglia, anche se viene fuori solo a tratti, e in particolare grazie ai "gemelli diversi"Fresi/De Rienzo, che non si parlano più da anni e che hanno il primo un personaggio che si sente un fallito per aver inseguito il proprio sogno e l’altro un ruolo da coscienza del gruppo che gli permette di implodere e di avviarsi verso una salvifica trasformazione. Meno riusciti sono la giudiziosa Fanny della Gioli e il superficialotto Alex di Guanciale, ai quali Augusto Fornari non regala che briciole di progressione psicologica.

A proposito di briciole, è un buon biscottino La casa di famiglia. Dopo averlo mangiato, però, resta la voglia di qualche altro dolcetto, di qualcosa che plachi la fame di divertimento e che nello stesso tempo eviti ai denti di cariarsi con uno zuccheroso e (ahimé) sbrigativo lieto fine.

La casa di famiglia
Il trailer del film - HD
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Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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