Kingsman: Secret Service - recensione del film con Colin Firth

03 febbraio 2015
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Un Bond Movie classico mescolato con My Fair Lady e raccontato col registro dei comics e dei videogame di oggi.

Kingsman: Secret Service - recensione del film con Colin Firth

In ordine sparso, ci sono: agenti segreti che mescolano (non shakerano, per carità) James Bond con John Steed; un coattissimo adolescente dei projects con patrigno violento e mamma cougar da discount; un villain magnate della new economy vestito come Il principe di Bel Air; gadget anni Sessanta; teste che esplodono; iperviolenza senza emoglobina; battute sul sesso anale provenienti da principesse svedesi; tonnellate di strizzate d'occhio alla cultura pop e bonarie punzecchiature all'indirizzo di 007, i suoi vezzi e le sue recenti, seriose derive.

Perché, e l'elenco dovrebbe dimostrarlo, Kingsman: Secret Service serioso non lo è per niente. Anzi, è uno spy movie tanto sgangherato, folle e divertito da sé stesso che il primo e principale paragone che suscita - anche e soprattutto nell'uso di effetti speciali palesemente anti-naturalisti e di una fotografia che tende al bidimensionale del fumetto - è quello con la serie di Spy Kids.
Archiviato il compiacimento moralmente dubbio di Kick Ass, Matthew Vaughn si è nuovamente rifatto ai fumetti di Mark Millar, ma questa volta il risultato è ludico senza ambiguità, mirato a un intrattenimento lieve e spensierato che a tratti, purtroppo, fa rima con un andamento narrativo vagamente monocorde e una struttura troppo plasticosa.

L'eleganza, d'altronde, è nei dettagli; e nei dettagli sta anche il buono di un film come Kingsman, tutto incentrato su riferimenti e omaggi, singole battute così come singole scene d'azione più o meno riuscite. Una cura per i particolari che rende armonico e comodo alla visione un insieme fatto di una stoffa sintetica e a buon mercato.

Tra i dettagli, però, se ne ritracciano due, due fili rossi utili a legare e tenere unito il film che rischiano di passare inosservati, e che invece sono quelli forse inconsciamente più importanti, e che fanno di Kingsman il perfetto spy movie degli anni del 99% e dei vari Occupy.
Perché, da un lato, siamo alla presenza di un villain che fa del male perché impossibilitato a fare del bene (e che quindi mira alla decimazione della popolazione terrestre per salvare il Pianeta); dall'altro, soprattutto, i frutti del lavoro di Colin Firth e soci si raccolgono solo attraverso uno scontro di classe inevitabile che però diviene incontro.

Il mondo di Kingsman è polarizzato tra aristocrazia (in senso nobiliare, ma anche economico e comportamentale) e plebe: la prima alla deriva, chiusa in egoismi autoreferenziali, pronta solo a ulteriori scatti elitistici e a salvare sé stessa; la seconda persa di fronte all'apperente impossibilità di ogni forma di riscatto e ripiegata sulla volgarità e sul disimpegno.
Come ogni meticciato, allora, anche quello che vede protagonisti i personaggi di Firth e Egerton, con una dinamica alla My Fair Lady, diventa proficuo e motore verso il progresso. Perché recuperando eleganza e dignità, il giovane proveniente dal proletariato troverà la strada per una crescita personale e sociale, mentre il mondo dei Kingsman di Firth si scrollerà di dosso polveri e incrostazioni per recuperare il senso di sé, dei propri doveri e della propria missione.

Assieme alla citazione di Winston Churchill sulla preparazione del Martini, in aperta polemica con la vodka bondiana, è allora questa la lezione più importante del giocattolo Kingsman, buono per divertirsi a patto di tenere piuttosto basse le aspettative e magari utile a ripensare in parte sé stessi qualora si abbiano orecchie per intendere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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