Kimi: la recensione del thriller di Steven Soderbergh

27 gennaio 2023
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Questa volta il regista americano guarda a Hitchcock e lo adatta al nostro presente fatto di tecnologia pervasiva, capitalismo senza scrupoli e pandemie. Finalmente Kimi è disponibile sulle piattaforme di streaming del nostro paese, ed è un film da non perdere. Recensione di Federico Gironi.

Kimi: la recensione del thriller di Steven Soderbergh

Angela Childs è bloccata in casa. C’entra il Covid? Sì, ma non solo. C’entrano ansia, agorafobia e paranoia. Angela è un po’ come Harry Caul.
Angela guarda (e viene guardata) dalla finestra nelle case degli altri come Jeff Jefferies, ma non ha una gamba rotta, e non è lì che vede, pensa di vedere, un crimine. Angela il crimine lo vede solo nella sua mente, perché in realtà il crimine lo ascolta. In cuffia, come Jack Terry.
Il lavoro di Angela è ascoltare file audio di conversazioni tra utenti e un’assistente vocale di ultimissima generazione chiamata Kimi. Conversazioni che sono state flaggate come critiche per via di una mancata comprensione di Kimi rispetto alle richieste dell’utente. Il lavoro di Angela è quello di cercare di rendere Kimi più intelligente, e questo lavoro rischierà di esserle fatale.
Il crimine, e il pericolo, nella vita di Angela, già complessa di suo, non arrivano più dal voyeurismo connaturato in ognuno di noi (che anzi, in questo film qui, si rivelerà addirittura salvifico) e messo in atto nella vita reale, negli spazi ma da quello amplificato e esasperato dalle tecnologie digitali che prende luogo negli spazi pubblici (ma al tempo stesso privati, privatissimi, aziendalissimi) e virtuali della rete.
Di fronte a tutto questo, e a molto di più, sarebbe paradossalmente riduttivo dire che Kimi è il film nel quale Steven Soderbergh - che è partito da una sceneggiatura di David Koepp facendola intimamente sua - ha aggiornato ai tempi complicati che stiamo vivendo - i tempi post-pandemici, quelli del neoliberismo, e di una tecnologia sempre più pervasiva e lesiva della privacy, figlia del capitalismo, sì, ma di quello della sorveglianza - due capolavori della storia del cinema e un gran bel film come La conversazione, La finestra sul cortile e Blow Out. Anche perché, in tutto questo, dove lo andremmo a mettere, I tre giorni del condor?
Certo, Soderbergh, cinefilo raffinato, cita e rimanda, fa la sua cosa ben consapevole di quali siano le fondamenta sulle quali si deve costruire il cinema, ma sa anche che i nuovi edifici non possono somigliare ai vecchi.

Ecco, Soderbergh è il più architetto, tra i grandi registi contemporanei. Il più preciso, il più pulito. Il più attento costruttore di trame e di spazi fisici, quello più consapevole della necessità irrinunciabile di fondere forma e contenuto in modo tale da supportare la spinta della ricerca estetica, anche avanguardistica, senza mai dimenticare la funzionalità, l’abitabilità e la praticità delle sue costruzioni cinematografiche.
Soderbergh sa benissimo quanto sia fondamentale la superficie, la sua gradevolezza estetica, il suo integrarsi nel panorama ideale nella quale viene collocata. Kimi, come tutto il Soderbergh recente, come tutto il miglior Soderbergh, è bellissimo da vedere, impeccabile, elegante. Non è solo fotografia. Pensiamo ai capelli di Angela, e di come si abbinano alla perfezione al suo cappotto, o alla cover del suo iPhone. Pensiamo all'arredamento di casa sua, al tavolo sul quale ha allestito la sua postazione lavorativa casalinga.
Il rigore e l'eleganza delle forme vengono poi rispecchiati da quelli dei movimenti di macchina, precisi e sensati, anche quando elaborati, che si trasformano quando Angela esce dal safe space dello spazio domestico per affrontare, come può e come sa, il mondo.
E la geometria formale, a sua volta, si rispecchia in quella di un racconto dove tutto torna, e tutto ha funzione.

Ecco, forse è in questa estrema precisione, in questo suo essere così calcolato, controllato, cerebrale, che Kimi, come certe altre cose di Soderbergh, può risultare leggermente stonato. Nella sua testarda riluttanza a prevedere, contemplare, assorbire l’imprevisto, il bizzarro, il difforme.
Eppure, non si può negare che Kimi sia un film capace di rapire, di portare al volo lo spettatore dentro la storia, e di fargliela seguire con passione. Non si può negare che tutto quello che di tematico, e perfino di politico, Soderbergh porta avanti, arrivi allo spettatore senza che mai ci sia l’impressione di aver subito una predica, o che certe cose siano state sottolineate in eccesso, come un product placement troppo evidente.
Kimi si guarda, si gode, si finisce, e si è capito in maniera naturale e senza sforzo che Soderbergh ci ha parlato di quel che viviamo tutti i giorni, senza puntare il dito al bersaglio grosso, ma mostrando un quadro preciso e ineluttabile, e che ha ribadito per l’ennesima volta la centralità dell’elemento umano, capace di scardinare i meccanismi del sistema, e di essere salvifico.
Lo si è capito senza spiegoni, poi, che questo è, anche, l’ennesimo film femminile e direi anche femminista di Soderbergh, che trova in Zoë Kravitz l’interprete ideale per la sua nuova eroina.

In Italia, come altrove, Kimi è arrivato direttamente in streaming. Un peccato, certo, volendo.
Ma sono anni che Soderbergh, avanti a tutti su molte cose, e da molto, fa film bellissimi che escono direttamente in streaming, e lo fa non dico felice, ma consapevole, e senza battere i piedi e fare scene isteriche, o dichiarazioni pensose sulla morte del cinema.
Che abbia ragione lui, prima degli altri, anche stavolta?

Kimi
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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