Judy: la recensione del film biografico su Judy Garland presentato alla Festa del Cinema

23 ottobre 2019
3.5 di 5

Arriverà nelle nostre sale il 16 gennaio 2020 il film con una straordinaria Renée Zellweger che interpreta la diva alla fine della sua carriera, negli ultimi concerti londinesi.

Judy: la recensione del film biografico su Judy Garland presentato alla Festa del Cinema

Si vede poco la mano del regista, in Judy, e questo è forse l'unico difetto di un film che subisce paradossalmente proprio quella che è anche la sua scelta più felice, cioè quella di affidarsi completamente ad una protagonista straordinaria, in grado di dimenticare e stessa e cancellare la propria personalità e il proprio ego per indossare non solo i panni ma la pelle stessa di Judy Garland, che torna letteralmente in vita in una delle prove attoriali più incredibili a cui abbiamo mai assistito, tanto che non possiamo fare a meno di domandarci l'effetto che farà ai figli della diva rivederla sullo schermo. Sotto contratto per 15 anni, Judy divenne a 13 proprietà della MGM del terribile padre padrone Louis B. Mayer nel periodo in cui lo Studio System allevava i suoi attori come polli d'allevamento o cavalli di razza, dettandone non solo l'immagine pubblica ma anche la vita privata e l'aspetto fisico. La paffutella e insicura adolescente del Michigan venne così sottoposta a continue umiliazioni, costretta a prendere pastiglie di amfetamina per stare sveglia e sonniferi per dormire e soprattutto – ed è la cosa più atroce – a non mangiare.

L'idea della fame unita alla fama, dei ricatti sul cibo e di un mondo sconosciuto in cui i dolci di compleanno sono di cartone e addentare un hamburger, così come fare un tuffo in piscina, sono atti di ribellione impensabile puniti severamente, è quella che colpisce forse anche più di tutto il resto. Per questo la scena in cui Judy, alla fine delle sue performance londinesi, assaggia un dolce preparato in suo onore, quasi sorprendendosi di quanto sia buono, ci commuove. Se sopra dicevamo che il regista, schiacciato da una prova attoriale tanto forte, si nota appena, il suo tocco c'è, ed è importante: nella struttura circolare del racconto e nella scelta di mostrare sempre e solo il dietro le quinte di un mondo coloratissimo di cartapesta, in cui quello che per altri è il sogno diventa l'incubo e la prigione della protagonista. Judy è un film intriso di sofferenza: quella di essere una madre e non poter prendersi cura dei propri figli, di un desiderio d'amore tanto forte da aggrapparsi a un uomo come all'ultima spiaggia, salvo poi ritrovarsi responsabile anche per lui, il dolore di una donna intelligente, sensibile e spiritosa che si ritrova sola dopo una vita in cui gli altri hanno sempre deciso per lei, rendendola incapace di farlo e, ovviamente, quello di una alcolizzata e tossicodipendente costretta dalla fama.

Quello che è apprezzabile, in questo biopic, è l'averlo incentrato su un periodo limitato della vita della protagonista di È nata una stella: una serie di concerti al Talk of the Town di Londra nel 1969, fatti essenzialmente per guadagnare i soldi necessari per evitare la bancarotta e mantenere la custodia dei figli, quando al cinema ormai per i suoi problemi che la rendevano inaffidabile nessuno era più disposto ad ingaggiarla. Come lo è stata per Marilyn Monroe, morta 5 anni prima, Hollywood è la vera madre crudele di queste creature tanto idolatrate e calpestate come bambole di stracci una volta spremute fino al midollo. Londra ha sempre amato Judy e la accoglie a braccia aperte, ma tutti, inclusa lei, sanno che la sua voce non è più quella di un tempo e che è divorata dalla paura e dall'insicurezza. Eppure, sul palcoscenico di un nightclub che non è nemmeno paragonabile al Carnegie Hall dei suoi tempi d'oro, Judy a tratti si ritrova. Incanta il pubblico e dimentica se stessa quando apre bocca e dalla sua meravigliosa ugola danneggiata (un tentativo di suicidio un paio di anni prima l'ha costretta a una tracheotomia) escono le note di "The Trolley Song", dal film Incontriamoci a Saint Louis, o di Come Rain or Come Shine.

Ci sono sere, però, in cui si blocca, dimentica le parole, arriva in mostruoso ritardo e parla in un modo che rivela la sua assunzione di alcool o di farmaci. E lì il pubblico, impietoso e irriconoscente, la offende e le tira addosso cibo. Vicino a lei, c'è Rosalynd Walker, l'assistente "no-nonsense” che le hanno messo al fianco per spingerla sulla scena, incoraggiarla, tenerla a bada, e che ha fatto da consulente a Rupert Goold, raccontando una serie di aneddoti utilizzati nella storia, così come sono state usate ricreandole in una scena, le impietose interviste televisive, in cui Judy si trovava alla mercé dell'intervistatore, pronto a farle domande scomode e intime, che ancora una volta la vedevano indifesa davanti al pubblico. A fare da contraltare a questa crudeltà, nel finale gli autori immaginano una commovente scena che non vi raccontiamo, ispirata alla sua canzone più famosa (preparate i fazzoletti).

Tra le molte cose contenute nel film – tratto dalla pièce teatrale di Peter Quilter, End of the Rainbow – c'è anche il commovente incontro con una non più giovane coppia gay, inventato ma plausibile per una donna che è stata sempre un riferimento per la comunità LGBT, e che a notte fonda si fermava a parlare e bere coi fan. Un po' più di maniera la rappresentazione del suo ultimo enorme sbaglio: il matrimonio con Mickey Deans, giovane e arrivista, interpretato con un po' troppa enfasi da Finn Wittrock. Pochi mesi dopo queste cinque sofferte settimane sul palco, il 22 giugno 1969 Judy Garland moriva a Londra. A trovarla senza vita nel bagno della loro abitazione fu proprio Deans: il sogno di Dorothy Gale si era infranto per sempre alla fine dell'arcobaleno ma la sua leggenda è arrivata fino a noi e rivive anche grazie alla passione di un'attrice, Renée Zellweger, capace di evocare non solo l'aspetto di questa grande star, ma soprattutto l'anima.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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