Johnny Mnemonic: recensione del fim di fantascienza con Keanu Reeves

12 marzo 2020
2.5 di 5
3

Un classico della science fiction americana anni '90, fra Strange Days e The Matrix.

Johnny Mnemonic: recensione del fim di fantascienza con Keanu Reeves

Virus neurali, dati innestati direttamente nel cervello, sottopelle. Un mondo cupo, futuristico, in cui la tecnologia è sfuggita di mano e c’è sempre una lotta fra un governo che ha dimenticato le regole della buona democrazia sfociando nella dittatura e una resistenza underground, fatta di eccentrici ribelli, che sopravvivono nelle pieghe di metropoli decadenti, sempre al buio e sotto la pioggia. Gli anni ’90 rappresentano il trionfo dell’elaborazione delle atmosfere alla Blade Runner, delle teorie sui nuovi mondi racchiuse nel meglio della letteratura cyberpunk. Un crocevia di integrazione di più livelli stilistici e tematici che si fondono come l’uomo e la macchina, la tecnologia, la rete. L’alta tecnologia si fonde con l’estetica della pop culture anni ’80, lavorando sulla fascinazione di personaggi e ambientazioni underground. Un filone pessimistico, anticipatore di quello distopico, con in comune una sfiducia sul futuro dell’umanità che rasenta spesso il nichilismo. 

Siamo nel 1995, l’anno dell’uscita di un altro film dalle tematiche e le ambientazioni simili come Strange Days, mentre Keanu Reeves in Johnny Mnemonic, a Newark, New Jersey, nei pressi di New York, rispetto alla Los Angeles dello splendido film della Bigelow, e prima ovviamente di Blade Runner, si allena a indossare gli abiti neri del nobile figlioccio di questo filone, The Matrix, vera rivoluzione della fantascienza di quegli anni frutto del talento visivo degli allora fratelli WachowskiJohnny Mnemonic prende spunto da un racconto di uno dei maestri del cyberpunk, William Gibson, scritto nel 1980, in cui Newark rappresenta una città crocevia di traffici e spionaggio industriale, un non luogo in preda ai criminali e ai trafficanti di informazioni. La rete si naviga, in un’immersione da realtà virtuale che anticipa la versione spielberghiana di Minority Report

Diretto dal regista di video musicali Robert Longo, il film si perde in una trama labirintica, almeno quanto gli effetti necessari a renderlo seducente, anche a distanza di anni. Johnny è un corriere di dati che si avventura in una missione illegale. Un mezzo boss locale gli ha chiesto di trasportare un software clandestino in un chip nella sua testa, anche se questo gli causerà la perdita di molti suoi ricordi passati. Non solo, si troverà nel mezzo di una lotta fra la Yakuza, con un godibile perfido Takeshi Kitano, e una multinazionale. Duelli a colpi di virus, che vengono sparati con più efficacia di armi da fuoco molto potenti. Insieme a lui in questa fuga per la vita, anche quella da ritrovare attraverso il recupero della sua memoria integrale, l’affascinante guardia del corpo Jane, la Dina Meyer di Straship Troopers.

Non sei morto, visto il confine labile fra umanità e robot, ma vieni terminato, prima che qualcuno colleghi qualche filo e ti riavvii. Sei scoppiato se ti vengono iniettati troppi dati e hai l’hard disk non adatto a riceverli, un po’ come se avessero anticipato il problema dello spazio residuo sugli smartphone, insomma. Johnny Mnemonic è un film che non ha paura di osare, un trip futuristico senza lo spessore filosofico di suoi autorevoli punti di riferimento, ma neanche lo spessore dei personaggi neo noir del coevo Strange Days. 



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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