Into the Woods: la recensione del musical Disney sul mondo delle fiabe

30 marzo 2015
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Da uno storico musical di Stephen Sondheim e James Lapine l'affascinante film di Rob Marshall.

Into the Woods: la recensione del musical Disney sul mondo delle fiabe

Nel 1987, in tempi assolutamente non sospetti, assai prima che la Disney iniziasse a pasticciare al cinema e in tv con le sue versioni delle classiche fiabe,  da Biancaneve e i sette nani del 1937, il compositore Stephen Sondheim e il paroliere James Lapine univano le forze per confezionare Into The Woods, premiatissimo musical in cui si intrecciavano le storie popolari raccolte dai fratelli Grimm e da Charles Perrault, con un occhio alla lezione dello psicanalista Bruno Bettelheim sul loro valore educativo e di ammonimento.

Il musical che arriva adesso sul grande schermo grazie a Rob Marshall, quasi 30 anni dopo la sua realizzazione, perciò, anche se è prodotto e distribuito dalla Disney non è parente delle sue fiabe a cartoni animati, ma si rifà alle fonti originali. Quelle, per intendersi, dove la gente moriva davvero e i graziosi uccellini non intrecciavano il nastro sul vestito di Cenerentola ma accecavano le sorellastre. Comincia tutto con un "I wish", il "desidero" con cui i protagonisti di queste storie iniziano sempre, e incautamente, le loro avventure. Perché, diceva Oscar Wilde, “quando gli dei vogliono punirci esaudiscono le nostre preghiere”. Il desiderio porta con sé conseguenze a cui chi lo ha espresso non ha mai pensato. Accecati dai propri sogni, gli esseri umani rappresentati nei personaggi delle fiabe classiche pagano spesso un prezzo molto alto per la loro realizzazione.

L’assunto di partenza è tipico di queste storie di formazione: un fornaio e la moglie desiderano da tempo un figlio, ma il ventre della donna è sterile per la maledizione lanciata sul marito da una strega. Il loro desiderio di annullare l’incantesimo li porta ad accettare di procurarle i quattro oggetti che serviranno a ridarle la perduta bellezza: un mantello rosso come il sangue, dei capelli biondi come il grano, una mucca bianca come il latte e una scarpetta pura come l’oro, che appartengono rispettivamente a Cappuccetto Rosso, Rapunzel, Jack e Cenerentola. Per riuscirci, nel tempo limitato di tre lune, la coppia e tutti i personaggi coinvolti dovranno addentrarsi nel bosco, luogo dell’istinto, della libertà e degli impulsi naturali ma anche delle paure più ancestrali. Allontanandosi dal sentiero conosciuto impareranno a cambiare, ad amare e a crescere. Il bosco, infatti, altro non è che la vita umana, dove è facile perdere la retta via, finire preda di cattive compagnie, trovare l’amore o l’avventura di una sera, la ricchezza o l’illusione della gloria e della felicità. La lezione più importante, alla fine, sarà la scoperta che anche l’oscurità è parte essenziale del viaggio e che niente è per sempre.

Come tutti i musical classici, Into the Woods passa senza soluzione di continuità dal parlato al canto. Questa è l’unica avvertenza per gli irriducibili nemici nostrani di quella che è giustamente considerata la forma d’arte più alta e pura creata dagli americani. In Italia un tempo avevamo dimestichezza con le operette e le commedie musicali di Garinei e Giovannini, ma oggi la gente fa spesso fatica a sospendere l’incredulità e a lasciarsi andare alla gioia e al piacere di seguire una storia in cui le parole delle canzoni portano avanti gli eventi. Se avete la fortuna di non appartenere alla categoria di quelli che non appena sentono cantare escono dal film, Into the Woods non potrà non piacervi. Perché con le belle musiche di Stephen Sondheim e le profonde liriche di James Lapine parla in modo non banale ma coinvolgente e a tratti commovente di perdita e sacrificio, della difficoltà di apprendere e di insegnare, del difficile mestiere di genitori e di quello ancora più arduo di figli e dell’accidentato percorso tra nascita e morte che è l’unica vita che abbiamo.

E lo fa con intelligenza, con forti dosi di ironia e quel sense of wonder che ben si addice al mondo delle fiabe, in un connubio in grado di accontentare tutti, o almeno tutti quelli che non credono che un musical non possa/non debba affrontare anche temi alti. Nelle due ore di durata l'unico passaggio forse poco fluido è quello tra il prevedibile (e dunque non reale) lieto fine e l’ultima, cupa parte della storia, che serve a portare a destinazione il messaggio di speranza che non si è mai veramente soli e nei momenti più bui è necessario guardare oltre il proprio egoistico interesse e unire le forze con gli altri.

Ma qualche piccolo inciampo di percorso non sminuisce il fascino di questo bosco incantato in cui è un piacere perdersi e ritrovarsi. Tra i personaggi che abbiamo preferito ci sono sicuramente la coppia protagonista, interpretata con grande empatia da Emily Blunt (paradossalmente incinta durante le riprese) e quel pacioccone di James Corden, il principe vanesio di Chris Pine (divertentissimo il suo duetto col fratello Billy Magnussen) e la Cenerentola indecisa di Anna Kendrick, che vuole essere padrona del proprio destino ma finisce per rendersi conto che il sogno è bello in quanto tale e la realtà è un'altra cosa.

Se poi consideriamo che nessuno degli attori scelti da Marshall tra interpreti teatrali e cinematografici è stato doppiato ma canta con la propria voce, non possiamo che estendere le lodi a tutti gli altri, considerando la naturalezza con cui si producono in quest’impresa. Perché il banco di prova degli attori in questo caso non è soltanto la loro estensione vocale ma il brio, l’intonazione e il sentimento dati alle canzoni: una sfida vinta su tutti i fronti. Da questo punto di vista ci hanno colpito su tutti il Jack del giovanissimo Daniel Huttlestone (era Gavroche in Les misérables) e quell’incredibile strega della porta accanto che risponde al nome di Meryl Streep e che, lontana dalle atmosfere dolciastre a lei non congeniali di Mamma mia!, rifulge come solo una stella può fare, splendida madre/matrigna che fa sembrare Malefica una sua pallida imitazione. Dopo averla vista all’opera ci si rende conto che la sua ultima candidatura all’Oscar non è stato un tributo generico alla sua persona, ma a questa precisa performance.

Se decidete di entrare in quel bosco, però, fatelo leggeri e senza bagagli, perché solo così la magia di questo musical potrà sprigionarsi e trasportarvi in un viaggio davvero unico e pieno di sorprese. 



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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