Instant Family - la recensione della commedia con Mark Wahlberg e Rose Byrne

20 marzo 2019
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Diretto per la terza volta da Sean Anders, Wahlberg, assieme a Rose Byrne e Octavia Spencer, in un film ispirato all'esperienza del regista come genitore affidatario.

Instant Family - la recensione della commedia con Mark Wahlberg e Rose Byrne

Le decisioni più importanti a volte si prendono d'impulso. Ed è proprio così che Pete e Ellie, una coppia di quarantenni senza figli, decidono dopo una discussione in famiglia, quasi per spirito di contraddizione, di colmare un vuoto fino ad allora non apparente nella loro vita, accogliendo in casa dei bambini, sballottati fino ad allora tra varie famiglie affidatarie. Iniziano così un percorso, lungo e non privo di dubbi, per scegliere i componenti della loro “famiglia istantanea”. Inizialmente orientati su uno, massimo due bambini, si ritrovano ad assumersi la responsabilità di tre problematici fratelli di origini latino-americane, uno dei quali è una ragazza adolescente.

Va dato atto a Sean Anders, alla cui esperienza è ispirata la storia, di un certo coraggio nell'affrontare un tema tanto complesso e doloroso con le armi a lui congeniali della commedia. Un genere che non si presta molto all'argomento, proprio perché richiede, per raggiungere un pubblico più vasto possibile, una notevole semplificazione. Indubbiamente il successo di pubblico e critica in America gli ha dato ragione, ma il critico in questo caso non può che sollevare le sue perplessità, oltre ad evidenziare quelli che ritiene i pregi del film. Parlando dei secondi, la sceneggiatura non nasconde le statistiche, i successi e gli insuccessi, nonché l'inadeguatezza numerica della risposta individuale alla piaga sociale che è l'abbandono minorile: sono davvero un numero impressionante i bambini che a causa di genitori tossicodipendenti, alcolizzati, criminali o semplicemente irresponsabili, finiscono nel circuito di quella che in America si chiama “foster care”.

Dalle case famiglia in cui risiedono, i piccoli - che in alcuni (limitati) casi vengono reinseriti nel nucleo famigliare d'origine - sono affidati a varie famiglie, in alcuni casi motivate solo da ragioni economiche e in altri più convinte, ma difficilmente trovano una collocazione stabile. E c'è anche chi cresce senza una stabilità, restando nel circuito dell'affido tutta la sua vita giovanile (Marilyn Monroe ne è stata il più celebre esempio). Se già è difficile mettere su una propria famiglia ed educare i propri figli, figuriamoci quando, all'improvviso, magari dopo quarant'anni e passa di vita libera ed egoista, ti ritrovi responsabile di un piccolo essere umano che ha probabilmente già sofferto molto più di quanto tu abbia mai fatto e - abituato a essere sballottato come un pacco e a sentirsi in colpa per non essere abbastanza bravo da farsi amare e dunque adottare - per questo tende a non fidarsi degli adulti che sfida e mette alla prova.

La battaglia per l'amore, il rispetto e l'accettazione è mostrata da Instant Family da entrambe le parti, così come lo è l'iter con cui i futuri genitori vengono addestrati e resi consapevoli di cosa significherà per loro e per i bambini la scelta che faranno (e a proposito della conoscenza tra aspiranti affidatari e ragazzi non sappiamo se anche in Italia ci sia l'abitudine di organizzare analoge, imbarazzanti feste e picnic). Agli irresistibili personaggi di Octavia Spencer e Tig Notaro è affidato il compito di riportare alla realtà i protagonisti, frenandone gli entusiasmi e l'eccessivo ottimismo. E Pete ed Ellie non sono nemmeno così simpatici, con la loro bizzarra famiglia d'origine, il loro timore di essere giudicati male per aver preso dei ragazzi non bianchi e i goffi tentativi di “comprare” l'affetto dei ragazzi. Però, strada facendo, man mano che il gruppo si conosce e si compatta, ovviamente speriamo che la madre non sia più in grado di riprenderli, perché è chiaro che i buoni sono loro, nonostante siano più immaturi dei bambini, e che il vero genitore non è chi ti mette al mondo ma chi ti vuole bene e ti aiuta a crescere.

Nonostante la sincerità di base e la presenza di molte situazioni realistiche, grazie anche alla consulenza di persone cresciute in affidamento e di operatori del settore, Instant Family soffre però, come dicevamo all'inizio, per la forma scelta, che porta a semplificare per amore di spettacolo un tema così complesso. L'equilibrio tra l'esigenza di far ridere e quella di commuovere il pubblico non è sempre raggiunto e la bilancia spesso pende sul versante della lacrima indotta, fino all'apoteosi di un finale prolungato, trionfalistico e poco realistico. È un cinema a modo suo civile, che spinge i cittadini a fare la loro parte, rispettoso della sofferenza di tanti innocenti e in quanto tale degno di rispetto. Ma resta a metà tra la voglia di conquistare il pubblico con i buoni sentimenti messi in scena e quella di divertirlo con gag un po' banali.

Mark Wahlberg – alla sua terza collaborazione con Anders dopo i due Daddy's Home – e Rose Byrne non dimostrano una particolare alchimia sullo schermo e sono decisamente surclassati dalla giovanissima Isabela Moner, vista di recente anche in Soldado, mentre l'entrata in scena della nonna Margo Martindale porta al film quel pizzico di brio necessario anche se un po' scontato (chi non ha una nonna esuberante in famiglia?). Sicuramente Instant Family è un film onesto e che si vede anche con piacere ma che fa di una storia potenzialmente universale la tipica success story americana.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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