Il traditore tipo: la recensione del film di spionaggio con Ewan McGregor tratto da un romanzo di John Le Carré

03 maggio 2016
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Uno spy-movie avvincente, che nel cast conta anche Stellan Skarsgård, Naomie Harris e Damian Lewis.

Il traditore tipo: la recensione del film di spionaggio con Ewan McGregor tratto da un romanzo di John Le Carré

Il primato, oramai, non è più della politica, ma della finanza. Lo sappiamo da tempo, ce lo raccontano le cronache dei giornali e la vita di tutti i giorni. E, ora, ce lo racconta anche John Le Carré: perché perfino il re delle spy-stories, oggi, scrive romanzi che prevedono intrighi che non contrappongono blocchi o ideologie, ma che raccontano la permeabilità delle istituzioni democratiche alle pressioni di un potere finanziario che, a volte, può essere anche esplicitamente criminale. 
Adattamento del romanzo del 2010 dello scrittore britannico “Il nostro traditore tipo”, il quasi omonimo Il traditore tipo (che è l’opera seconda da regista di Susanna White dopo il divertente Tata Matilda e il grande botto, sceneggiata da Hossein Hamini, quello di Drive) ne ripropone intatte le tematiche di base, e la presa di posizione (anzi, la presa d’atto) di Le Carré riguardo i traffici di denaro sporco e le collusioni del potere politico. 

Sotto l’estetica dominata dalla fotografia tutta riflessi e grandangoli di Anthony Dod Mantle, che lo vuole far sembrare più dinamico e moderno di quanto non sia, il film della White mantiene per fortuna il cuore vero di tutte le vicende di spionaggio dell’era pre-digitale: il fattore umano. 
È un sollievo enorme, quindi, trovarsi di fronte a un thriller demodé, che non sente mai il bisogno di premere sull’acceleratore, di prodigarsi in esplosioni, combattimenti corpo a corpo, incidenti stradali o colpi d’arma da fuoco, ma che gioca quasi esclusivamente con la costruzione della suspense legata a piccoli gesti, segreti, doppiogiochi e comportamenti umani, che si prende il suo tempo, ne pretende da te, e che, sotto sotto, trova il suo cardine della morale e dell’onore applicati all’agire dei singoli individui prima ancora che nei ragionamenti collettivi o nei massimi sistemi.

Nel legame per caso tra Ewan McGregor e Stellan Skarsgård (funzionalmente timido il primo, grandiosamente sopra le righe il secondo, libero da ogni limitazione e proprio per questo sublime: il Depardieu scandinavo), come nell’agire di un Damian Lewis che, occhiali in primis, gioca al giovane Michael Caine, viene riaffermato con vigore il peso della parola data, il senso profondo di un comportamento etico e morale da inseguire anche di fronte alle possibili conseguenze. Un agire d’altri tempi, insomma, che tanto Le Carré quanto la White raccontano con una nostalgia che non fa mai rima con rassegnazione. 

Sarà anche per la parentesi marocchina, che al cinema sostitusce l’Antigua del romanzo, e per il coinvolgimento in una storia più grande di loro di una coppia di "civili", ma i meccanismi della suspense e delle regole dei gentlemen fanno tornare alla mente certi intrecci hitchcockiani, L’uomo che sapeva troppo in primis, ovviamente. 
E le due ore scarse del Traditore perfetto non sono un salto indietro nei bei tempi andati, ma al contrario la dimostrazione che, cambiati i fronti di scontro e sostituite le ideologie con gli interessi economici, certi meccanismi sono sempre gli stessi. E allora è proprio lì, nel passato che passato non è, e in termini un po’ desueti come onestà, morale e onore che c’è il segreto per affrontare le sfide del futuro: che cambiano termini e territori, ma alla fine sono sempre le stesse.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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