Il Ministro: recensione della commedia nera con Gianmarco Tognazzi e Fortunato Cerlino

02 maggio 2016
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Giorgio Amato racconta il fascino oscuro del potere.

Il Ministro: recensione della commedia nera con Gianmarco Tognazzi e Fortunato Cerlino

La cena per farli conoscere, Il nome del figlio, Perfetti sconosciuti, La cena dei cretini, Festen e soprattutto il sublime e graffiante Carnage di Roman Polanski. Bastano questi esempi, ma la lista potrebbe arrivare fino all’anello di Saturno, a dimostrare lo straordinario potenziale narrativo di un pasto condiviso e spalmato in due ore di film. Al cinema insomma, così come a teatro, la successione più o meno rapida e raffinata di portate e l’impossibilità di lasciare troppo a lungo il desco portano i commensali a confessarsi e a far confessare, ad aprire dibattiti, a innescare figuracce e in particolare a scatenare crisi: isteriche, di coppia, di identità, raramente di morale.

Lo sa bene Giorgio Amato, che non a caso ha messo intorno a un tavolo di un appartamento alto-borghese sei personaggi in cerca non d'autore ma di “un aiutino”, parolina detestabile che echeggia spesso nei corridoi della politica, sussurrata ora con vergogna, ora con sussiego, ora con aria supplichevole. Sì, perché partendo dall’osservazione di una realtà che ammette di conoscere bene, e dal brano di De André "Il re fa rullare i tamburi", il regista di Circuito chiuso ha voluto raccontare quanto sia facile, nella nostra bella Italietta, subire il fascino oscuro del potere e violare, una dopo l’altra, le regole della buona condotta e dell’onestà. 

E’ una storia vecchia quanto il Medioevo evocato dalla ballata del compianto Fabrizio, ma ricollocata in uno scenario che, per quanto più vicino alla nostra epoca che non a quella dei Cavalieri di Francia, sembra appartenere a un pianeta lontano dalla galassia della Democrazia Cristiana rappresentata ne Il Divo e di Tangentopoli o del berlusconismo ai suoi albori. Siamo in piena "Suburra", signori, anche se stavolta la pioggia non scende copiosa e inesorabile, le pistole rimangono nei giubbotti e al posto del noir c’è la commedia di costume, con l’obbligato riferimento a I mostri e a quel suo prezioso primo episodio intitolato Educazione sentimentale e interpretato da Ugo Tognazzi. Qui un Tognazzi c’è, ed è Gianmarco, chiamato a svolgere un compito più difficile rispetto a quello affidato a suo padre: dare corpo a un personaggio che, come il vaso di Pandora, è il ricettacolo di tutti i mali ma che del villain non ha né l’aura né le "palle", visto che gioca sporco ma gioca facile, seducendo la donna di servizio, comprando il il vino più caro, abbandonando il cane, prendendosela con i più deboli e strisciando ai piedi dei più forti come un contemporaneo Don Abbondio. E’ il suo Franco Lucci che regge sulle spalle gran parte Il Ministro, un film al quale riconosciamo la virtù di essere ottimamente scritto nelle situazioni e in particolare nei dialoghi: freschi, vivaci e già sentiti nella misura in cui, ahinoi, riproducono conversazioni tristemente note. 

Grazie a una serie di buffi inconvenienti un po’ da pochade un po’ da black comedy, la tensione si stabilisce immediatamente in questa vicenda tutta in una notte fra sala da pranzo, cucina e camera da letto, insieme alla promessa che le cose non andranno assolutamente secondo il copione immaginato dal piccolo imprenditore e dalla sua insoddisfatta signora, ai quali si uniscono, prima dell’atteso parlamentare, un cognato goffo e testone, una ballerina di burlesque cinese venuta in Italia a studiare teologia e una riservata domestica. E quando arriva il ministro (che ha il volto del bravissimo Fortunato Cerlino) la farsa si fa tragedia, ma si tratta di una tragedia senza catarsi né afflato epico, brutta, sgradevole e di cattivissimo gusto, un gioco al massacro corale condotto da un maître luciferino e insieme laido, che sembra essere una summa di cliché ma che invece è reale, terribilmente reale. Amato non risparmia nulla agli idealisti della politica al servizio del cittadino: né la cocaina né il viagra, né le valigette piene di soldi né il turpiloquio a effetto. 

Ora, se avesse continuato così, probabilmente avrebbe finito per pescare troppo da bestiari alla Bonini/De Cataldo. E allora eccolo sviluppare i tre personaggi femminili, ma è qui che casca l'asino, perché anche se ci prova e se così può sembrare, Il Ministro non ci pensa nemmeno per un istante a salvare le donne, lasciandolo che dimostrino più intelligenza e autoconsapevolezza degli uomini per poi farle affondare in un insulso magma di squallore, dopo averle ridotte a stereotipi: la vegana convinta, l'extracomunitaria di indiscussa superiorità intellettuale, la cameriera all'occorrenza sexy. Peccato, perché la partenza è ottima per ogni personaggio, e anche buona parte della cena. Quanto alla regia, non c'è una mano forte, anche se la direzione degli attori è impeccabile. Del resto, con un piccolo budget e poco tempo a disposizione, di più non si poteva fare.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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