Il fidanzato di mia sorella: recensione della commedia con Pierce Brosnan, Jessica Alba e Salma Hayek

15 luglio 2015
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L'ex 007 ha il garbo ma non l'età.

Il fidanzato di mia sorella: recensione della commedia con Pierce Brosnan, Jessica Alba e Salma Hayek

Nonostante l'aura da star, l'immensa bravura e il physique du rộle da romantic comedy, in Sciarada e Cenerentola a Parigi Cary Grant e Fred Astaire apparivano rispettivamente troppo agé per diventare l'interesse amoroso di una giovane Audrey Hepburn, essendo il primo più vecchio di venticinque anni e il secondo addirittura di trenta.
Ma si trattava comunque di Cary Grant e Fred Astaire, icone inossidabili della Hollywood dei tempi d'oro e sempiterni esempi di fascino ed eleganza. Succedeva così che, passate le prime scene, dai loro visi sgualciti scomparivano improvvisamente le rughe, non per effetto di un botox ante litteram, ma in nome delle centinaia di cuori infranti durante molti lustri, sia nei teatri di posa che nella vita reale.

Ora, l'ex James Bond Pierce Brosnan, che pure con lo smoking e la pistola dell'agente con licenza di uccidere aveva dalla sua classe, stile e una discreta avvenenza, non può reggere il paragone con i miti di cui sopra, tanto più nell'anno 2015, che lo ha visto compiere 62 anni. E' vero che nell'ultimo decennio le commedie romantiche hanno subito una radicale metamorfosi, sposando democaticamente le ragioni degli innamorati non più di primo pelo e dimostrando che il cuore può battere forte anche a 70 anni e non necessariamente a causa di aritmie.

Eppure, nonostante questo, guardando Il fidanzato di mia sorella è impossibile credere alla mezza età di Mr. Brosnan, in particolare al suo essere il figlio di Malcolm McDowell, da cui lo separano soli 10 anni.
Una simile inverosimiglianza, putroppo, è quasi imperdonabile nel genere cinematografico che più ha e segue degli schemi, e lo è soprattutto perchè non solo Pierce, ma anche la sensuale Salma Hayek sono esageratamente tirati a lucido, come se avessero avuto alle calcagna, fino a un secondo prima di ogni ciak, un lookmaker, un personal shopper, un visagista e un personal trainer.

Detto ciò, bisogna riconosce a Il fidanzato di mia sorella un pregio: il coraggio di aver fatto dell'ironia politicamente scorretta proprio sul paese in cui l'attenzione al politicamente scorretto è nata. Nonostante un salvataggio in corner, la sceneggiatura di Matthew Newman prende infatti in giro l'America della West Coast, paradiso di surfisti giuggioloni e bombe sexy dalle unghie curate dove il senso dell'uomorismo è inesistente e la cultura generale scarsa.
Dall'impietoso confronto fra la spettacolare e sfarzosa Malibù e la millenaria Cambridge – dove il suono dei versi di Keats delizia le orecchie di studenti intellettuali – ovviamente esce vittorioso il vecchio mondo, ma grazie al garbo di Brosnan il film non è mai offensivo.

Nella commedia di Tom Vaughan perfino i messicani – ormai tutt'uno, nella cronaca come nelle serie tv, con il corrotto universo del narcotraffico – sono più smart dei cugini oltrefrontiera, che non mancano di svelare, a chi la sa cogliere, anche una delle grandi contraddizioni che distinguono la terra della democrazia: la rigidità talebana delle regole che governano l'immigrazione, con indagini che arrivano a violare la privacy.
Anche in questo Brosnan fa il suo dovere, ben interpretando la fragilità e lo smarrimento di un genitore che potrebbe essere separato per sempre dalla propria famiglia.

Infine, non è da sottovalutare la profondità dell'analisi dei rapporti fra padri e figli, con le spiacevoli conseguenze che l'esaltazione di un modello sbagliato può avere sulle generazioni a venire.
Pas mal per un film di intrattenimento...



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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