Il cardellino: il romanzo Premio Pulitzer di Donna Tartt è diventato un film con Nicole Kidman e Ansel Elgort - la recensione

05 dicembre 2019
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Il cardellino: il romanzo Premio Pulitzer di Donna Tartt è diventato un film con Nicole Kidman e Ansel Elgort - la recensione

Il tredicenne Theo Decker è al Metropolitan Museum of Art di New York quando nelle sale del museo esplode una bomba. Tra le vittime dell'attentato, sua madre. E un misterioso signore che, prima di morire, gli dona un anello e lo spinge a portare via con sé un quadro del Seicento: "Il cardellino" di Carel Fabritius, un allievo di Rembrandt. Quella tragedia, e quel quadro sottratto segretamente, e segretamente custodito per anni, cambieranno radicalmente la vita di Theo, che tra mille peripezie, ribaltamenti e vicessitudini, diverrà un uomo adulto costretto a fare i conti col suo passato.
In estrema sintesi, e senza andare a svelare troppo, è questa la trama di Il cardellino, il film che porta al cinema l'omonimo romanzo pubblicato nel 2013 da Donna Tartt.
Premiato con il Pulitzer nel 2014 e con la Medaglia Andrew Carnegie for Excellence in Fiction, quello della Tartt è stato uno dei più longevi best seller di quegli anni, ed è comunque uno dei libri più belli dell'ultimo decennio (almeno). Se non l'avete letto, fatevi un favore e leggetelo: in Italia è pubblicato da Rizzoli, ed è un bel volume di quasi novecento pagine che scorrono via leggere, intense e avvincenti.
Opzionato per una riduzione cinematografica già nel 2014, il bellissimo romanzo della Tartt è diventato un film grazie alla collaborazione produttiva tra Warner e Amazon Studios, che lo hanno affidato alla regia di John Crawley, l'inglese fattosi conoscere con Boy A (il film che ha anche lanciato la carriera di Andrew Garfield) e con Brooklyn, melodramma in costume con Saorsie Ronan che è stato vagamente sopravvalutato rispetto ai suoi meriti effettivi.
Il copione su cui Crawley ha lavorato è stato scritto invece da Peter Straughan, drammaturgo e sceneggiatore, britannico anche lui, che ha sì ottenuto una meritatissima nomination all'Oscar per quello sfavillante spy movie che era La talpa di Tomas Alfredson, ma anche quello che, proprio con Alfredson, è rimasto coinvolto nel pasticcio di L'uomo di neve, il film che portava al cinema il romanzo omonimo di Jo Nesbø con protagonista l'oramai famoso (e travagliato) detective di Oslo Harry Hole.

Tradurre l'intreccio complesso, l'andirivieni di luoghi, personaggi e situazioni, e soprattutto lo spessore psicologico ed emotivo della storia scritta dalla Tartt non era un compito facile. Più di quanto non sia già complesso dare una traduzione per immagini alla parola scritta dei romanzi. L'apporto di Roger Deakins alla fotografia ha rappresentato sicuramente una sicurezza, per quanti hanno lavorato al film e nel film, ma la qualità dell'immagine non è di per sé una condizione sufficiente a garantire un risultato.
E quando Il cardellino di Crawley è stato presentato in prima mondiale al Festival di Toronto, e quando poi è stato distribuito nelle sale nordamericane dalla fine dello scorso mese di settembre, è stato chiaro come il film avesse problemi ben più ampi dell'incapacità di restituire - in parte o appieno - la scrittura di Donna Tartt.
Le quasi novecento pagine del romanzo vengono sintetizzate (si fa per dire) in due ore e mezza di film in cui tutto ciò che nel libro veniva suggerito e fatto scoprire progressivamente al suo protagonista e allo spettatore è invece spiattellato fin dall'inizio; nel quale dietro alla fotografia elegante di Deakins si cerca di dissimulare una costruzione dell'intreccio piena di pretestuosi e vacui avanti e indietro temporali; che finisce con l'essere sconclusionato e incerto, con i suoi stessi protagonisti apparentemente spaesati, proprio dove vorrebbe raggiungere i momenti più alti di pathos e complessità.

In questo panorama, oltre alla fotografia (e in generale all'estetica del film, elegante ma mai troppo patinata, sebbene fredda e con poco cuore come tutta l'operazione) si salvano quelli che già nelle pagine del libro erano i personaggi più caldi e vitali della storia: da un lato Hobie, l'antiquario che prende Theo sotto la sua ala protettrice e, da un certo punto della storia in avanti, anche sotto il suo tetto; dall'altro Boris, il ragazzino ucraino ma cosmopolita con cui un Theo pre-adolescente stringe un forte legame d'amicizia nel corso del tempo trascorso a Las Vegas con il padre, e incontrato nuovamente molti anni dopo, quando gli intrecci della storia arriveranno alla loro conclusione.
Se leggendo il libro della Tartt ho sempre immaginato che Stephen Fry sarebbe stato perfetto nei panni di Hobie, nel film di Crawley Jeffrey Wright non me lo ha fatto rimpiangere nemmeno per un minuto: d'altronde, Wright è uno dei migliori attori in circolazione, e lo sappiamo da un pezzo. Una gran bella sorpresa è invece Finn Wolfhard (quello di Strangers Things, proprio lui) nei panni del giovane Boris, che invece nella versione adulta è stato affidato un più anonimo - in tutti i sensi - Aneurin Barnard.
Tutti gli altri, Nicole Kidman e Ansel Elgort in testa (e qualcuno dovrebbe spiegarmi perché a un certo punto si è diffusa la voce per cui Elgort fosse un bravo attore), sono nel migliore dei casi rigidi, nel peggiore completamente spersi nei meandri del film, e apparentemente privi di un regista in grado di dirigerli come si deve.
Ma se il film servirà a portare al libro almeno una piccolissima parte dei suoi spettatori, anche potenziali, un senso l'operazione di Crawley l'avrà lo stesso.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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