Ferrari: la recensione del film di Michael Mann con Adam Driver presentato in concorso al Festival di Venezia

31 agosto 2023
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Un anno cruciale per la vita e la carriera di Enzo Ferrari, il 1957, è al centro dell'esplorazione viscerale nell'universo e nella mente del genio delle auto da corsa nel film di Michael Mann con Adam Driver visto a Venezia. La recensione di Mauro Donzelli.

Ferrari: la recensione del film di Michael Mann con Adam Driver presentato in concorso al Festival di Venezia

Sempre questione di velocità, di concentrare il rischio e tanti gesti in pochi istanti e compiere scelte decisive attraverso il puro istinto. Enzo Ferrari era un corridore, prima di diventare un’icona e sicuramente prima di portatore come imprenditore verso la gloria del mito un marchio con il suo nome. Dopo molti anni di tentativi abortiti, Michael Mann a 80 anni compiuti presenta finalmente la sua visione di biopic. Ma non definitelo così che potrebbe non prenderla bene, e con ragione. Proprio come quando i suoi piloti si lanciavano a piena velocità, Ferrari condensa il destino di un uomo, molte delle emozioni umane che tanti di noi spalmano in una vita intera in pochissimo tempo. La passione per la velocità e le auto da corsa, ovviamente, ma anche il dolore, la perdita e la crisi della sua creatura.

L’anno cruciale è il 1957, quando Ferrari, ormai ex pilota dedito alla costruzione di auto da corsa sempre più celebri, in piena competizione con Lamborghini dalla sua Modena, sta vivendo una profonda crisi professionale, con la casa di Maranello in grave difficoltà con il rischio concreto di non superare il decimo anno dalla fondazione, e personale, con le grandi difficoltà del matrimonio con la moglie Laura. Il tutto acuito dal dolore per la perdita del loro unico figlio, Dino, l’anno prima, e la scoperta della moglie dell'esistenza del piccolo Piero, bambino nato da una relazione extra coniugale ma stabile di Ferrari con un’altra donna. Come uscire da questo tunnel di negatività? Come nel suo stile, vincendo alla grande la Mille Miglia di quell’anno, storica e popolare corsa per le strade del paese.

Mann si avvicina con molto rispetto e attenzione alla vicenda, con la cura di un antropologo che affronta i misteriosi segreti di un quadrilatero di pochi chilometri e molta passione, in cui la velocità, le automobili e il tentativo di emergere con l’ingegno e l’eccellenza dalla crisi della guerra creano una fertile instabilità permanente. Le auto sono ricostruite con attenzione, uguali alle originali, i motori non potevano che essere quelli dell’epoca, su tutti il mitico v12 raccolto da molti microfoni, capace di ruggire con poesia e una certa arroganza minacciosa. Le scene della Mille Miglia sono allo stesso tempo appassionanti e credibili, ma anche capaci di rendere l’epoca lontana, con qualche scattosa imperfezione ad ampliare il rischio di un’era pioneristica dell’automobile sportiva, in cui le protezioni erano praticamente inesistenti e si veniva catapultati subito in aria e lontano, anche perché la cintura di sicurezza era ritenuta controproducente. Si temeva soprattutto il rischio che prendesse fuoco l’abitacolo.

Il mondo raccontato è quello dell’Italia di provincia degli anni ’50, in cui la condizione femminile era relegata al supporto o all’attività domestica nell’ombra, che fossero la madre, implacabile e ben poco empatica nei confronti della moglie (Penelope Cruz) o dell’amante “regolare”, e presto nota anche dalla consorte, interpretata da Shailene Woodley. Tanto Adam Driver introietta in pieno la carrozzeria apparentemente inscalfiibile del volto di Ferrari, mascella serrata e muscoli facciali raggelati, quanto la moglie si riserva con irritazione il ruolo di rispondere al telefono a chi cerca il marito assente e di lanciargli stoccate senza appello una volta tornato. Fino a che la crisi diventa finale, mette a rischio anni di amore sincero e l’esistenza stessa della coppia e dell’azienda. A quel punto l’istinto di protezione interviene, in uno dei pochi dialoghi che va in profondità in un film con molti ruggiti e silenzi. Un momento - molto bello - in cui la parola prende il proscenio e rivendica un passato insieme da non sprecare.

Girato con la consueta sapienza da Mann, il film alimenta con frenetica alternanza le tante relazioni di Ferrari, in preda a una frenesia del fare amplificata sicuramente dalla disperazione tutta interiore per la perdita del figlio. Costruito come un melodramma, senza scadere nei luoghi comuni dell’americano nella terra dell’opera lirica, appassiona e sconvolge. Come quando una passione come quella per le auto lanciate in velocità lascia spazio al suo lato oscuro, al dramma e alla morte come continua presenza sul sedile accanto, pronta a smorzare sogni di gloria e deliri di onnipotenza. 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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