Escape Room: la recensione del thriller con Taylor Russell, Logan Miller e Deborah Ann Woll

08 marzo 2019
2.5 di 5
11

Poco originale nelle premesse, ha dalla sua uno svolgimento che punta tutto sulla velocità e sull'ingegno.

Escape Room: la recensione del thriller con Taylor Russell, Logan Miller e Deborah Ann Woll

Tutto è chiaro fin da subito. Perché c’è titolo piuttosto auto-esplicativo. Perché se mi presenti solo tre personaggi dei sei che poi si trovano tutti insieme ad affrontare i mortali pericoli delle escape room di questo film, lo capisco subito che gli altri tre sono destinati a essere una cornice o poco più. Anche se uno di questi è interpretato da Deborah Ann Woll, che nel cast è il nome più noto.
Sarebbe però ingeneroso non ammettere che, negli ovvi limiti imposti da questa scarsa volontà di sorprendere, e dal fatto che praticamente ogni elemento che lo compone deriva da qualcos’altro, Escape Room riesce a tratti ad essere in qualche modo divertente.

Dentro il film di Adam Robitel, che nasce da un’idea di Bragi F. Schut (anche sceneggiatore assieme a Maria Melik) c’è un po’ di tutto: ci sono ovviamente La Settimana Enigmistica e The Game, e la saga di Saw depurata dagli eccessi splatter; c’è un po’ del Cube di Natali e perfino qualche rimando, nel finale, all’ideologia dell’Hostel di Eli Roth. Difficile quindi che lo svolgimento della trama riservi troppe sorprese.
Robitel sembra saperlo fin troppo bene, e cerca allora di lavorare come può sull’esecuzione.

Non è in fondo un film di enigmi, Escape Room. Perché le stanze inanellate dai protagonisti non sono mai così sorprendenti, il motivo del loro essere stati scelti dal misterioso demiurgo che li ha riuniti diventa chiaro in poche scene, e così anche le riflessioni imposte ai personaggi e le tematiche proposte allo spettatore.
Al regista allora non resta altro da fare che cercare di tenere alta la tensione: in Escape Room non è mai il come, a essere messo in dubbio, o il se, né tantomeno il chi. Il quando è la chiave della suspense studiata da Robitel, in un film che è una costante corsa contro il tempo.

D’altronde tutti noi nel mondo di oggi, in quel mondo che in qualche modo è tutto un susseguirsi di escape room, lottiamo contro il tempo impostoci da scadenze: imposte e auto-imposte. Mentre qualcuno di oscuro e potente sembra divertirsi a guardarci arrancare per portare a casa la giornata, il mese, una vita. A poter garantire la nostra sopravvivenza, solo l’uso del cervello, in tempi in cui pare non essere più di moda; e magari un pizzico di fortuna qua e la, che non fa mai male.
Che sia questa, alla fine, la grande metafora involontaria del film?



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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