Dune - Parte 2, la nostra recensione dello spietato kolossal di Denis Villeneuve

21 febbraio 2024
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Denis Villeneuve completa il suo adattamento del Dune di Frank Herbert con Dune Parte Due: il risultato è uno spettacolo potente, per un kolossal moderno che ha il coraggio di non offrire al pubblico alcuna facile consolazione. Ecco La nostra recensione di Dune - Parte 2.

Dune - Parte 2, la nostra recensione dello spietato kolossal di Denis Villeneuve

Ormai parte del popolo desertico dei Fremen, Paul Atreides (Timothée Chalamet) è profondamente legato a Chani (Zendaya), ma non è sicuro di seguire il suo destino di Muad'dib, del "messia" che invece sua madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) sta costruendo per lui, ormai da Reverenda Madre della sorellanza delle Bene Gesserit. È però in Paul sempre forte il desiderio di vendetta verso il tradimento dell'Imperatore (Christopher Walken) e soprattutto verso la casata del barone Harkonnen (Stellan Skarsgaard), così la strada per la liberazione del pianeta Arrakis è segnata. Ma a quale prezzo?

Con Dune - Parte Due si conclude (per ora) la scommessa della Warner Bros. e del regista Denis Villeneuve, quella di ricostruire sul grande schermo, con altrettanto grande dispiego di mezzi, uno dei romanzi più importanti della fantascienza, quel complesso e sofisticato "Dune" che Frank Herbert pubblicò nel 1965. Ma in cosa in effetti consiste questa scommessa, almeno studiandola dal punto di vista cinematografico, dichiarandoci non cultori enciclopedici della saga herbertiana? Villeneuve gode di un favore prezioso nel mondo delle major, come in un certo senso accade a Christopher Nolan, nonostante l'autore canadese mostri tendenzialmente una maggiore freddezza, che gli viene ogni tanto rimproverata. Villeneuve è un autore che può muoversi in territorio e budget da blockbuster, senza necessariamente aderire ai formati preconfezionati di Hollywood, o per lo meno avendo una necessaria libertà per abitarli come meglio gli vada. Spezzare una grande saga epica in due film, sventolare ulteriori sequel, lavorare su un marchio consolidato, sbandierare campi lunghi di eserciti che collidono, strizzare l'occhio ai nerd e alla nostalgia (scatta il confronto col semicult Dune di David Lynch del 1984): sulla carta non sono certo dichiarazioni di anarchia antisistema, per carità, però abbiamo la sensazione che il risultato sia un piccolo cavallo di Troia, se guardato da una certa angolazione. E che a Villeneuve valga la pena riconoscerlo.

La messa in scena magniloquente e glaciale, nella fotografia non troppo satura persino sulle caldissime dune di Arrakis, le musiche roboanti di Hans Zimmer, il sound design che le completa o le amplifica, le inquadrature e i movimenti di eleganza formale geometrica, le dominanti di colore o di monocromia: tutti questi elementi erano evidenti nel primo Dune e vengono se possibile persino potenziati in questa Parte 2. Il dibattito sullo stile di Villeneuve in chiave kolossal, peraltro già rodato su Blade Runner 2049, rimane aperto, con una parte della critica che soffre di una sua certa eleganza distante. Personalmente crediamo tuttavia che questo stile si adatti molto bene alla sensazione che ci lasciò il libro, che a noi (ripetiamo: non esperti del romanziere) lasciò un retrogusto aristocratico, grave, più stratificato della fantascienza media, appunto... distante, in senso buono. Se quindi l'analisi dello stile di Villeneuve potrebbe essere materia di un discorso più ampio, ci riesce facile ammettere qui che il suo taglio calza molto bene al romanzo, a nostro modesto parere. Dune - Parte Due non fa che confermare la buona impressione di oltre due anni fa, e in un particolare dimostra che Villeneuve e il suo cosceneggiatore Jon Spaihts hanno saputo ascoltare l'eredità di Herbert, oltre che la pagina scritta.

Herbert rimpianse infatti di non aver definito meglio l'ambiguità del percorso di Paul Atreides, che per lui non andava recepito come un eroe. Rettificò nei romanzi successivi, ma Dune - Parte Due vuole rendere onore allo scrittore anticipando senza mezzi termini quella presa di coscienza amarissima. Tutto il film è pervaso da un senso di predestinazione... alla sofferenza, alla distruzione della pace, sacrificata sull'altare di una miscela frastornante di religione, realpolitik, dittatura, fanatismo, rabbia, vendetta. Il Cavallo di Troia di cui parlavamo è qui: mentre il film prosegue nelle sue due ore e quaranta di durata, l'aria di svago che ci si aspetta da un blockbuster comincia a mancare, perché è qualcosa di più. Realizzi quanto il film, pur ammiccando commercialmente alle star dei giovanissimi come Chalamet e Zendaya, si allontani a poco a poco da ogni consolazione da pop corn. Davanti a questo pianeta "alieno", ripensi alla cronaca internazionale letta al mattino, alle tensioni politiche e belliche reali che stiamo vivendo, su più fronti, all'angoscia che hai provato alle analisi degli osservatori. Villeneuve si assicura che la grande fantascienza diventi nel modo migliore la rilettura della vita che ci circonda. Delle sue tensioni sociali inevitabili e delle persone più importanti che le governano e le decidono. E la catarsi di Dune - Parte Due, il suo finale, non sono davvero liberatori, perché via via il bene e il male si sono fusi (quasi letteralmente)... ed è rimasta la solita vecchia umanità, autodistruttiva, debole, spietata o illusa, tanto su Arrakis quanto quaggiù tra di noi sulla Terra. 
Dune e Dune - Parte Due sono kolossal blockbuster che non giocano. E al termine del viaggio ci hanno persino commosso, perché sono state la spietatezza del discorso e proprio la sua severa messa in scena ad aver gettato sale sulle ferite aperte delle nostre peggiori paure.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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