Doom: la recensione del film tratto dall'omonimo videogame

07 febbraio 2020
2.5 di 5

Un imperfetto ma godibile guilty pleasure, con un Dwayne Johnson sottotono (ma sostenuto da Karl Urban e Rosamund Pike) e movimenti di macchina da presa che hanno anticipato contaminazioni tra cinema e videogame a venire.

Doom: la recensione del film tratto dall'omonimo videogame

Andrzej Bartkowiak è un direttore della fotografia che, nel corso di quarant'anni di carriera, ha collaborato con registi come John Huston, Joel Shumacher, Roger Donaldson e soprattutto Sidney Lumet (col quale ha girato ben undici film), e ha ottenuto tre nomination all'Oscar.
Da regista, invece, il polacco ha sempre scelto il divertimento più spinto, l'azione scalmanata, le arti marziali. E, come testimonia questo film, i videogame.
Nel 2005, quando Doom è uscito nelle sale, l'omonimo videogioco era giunto alla sua quarta versione, e nei cinema erano già arrivati due Tomb Raider e, ancora più importante, due Resident Evil. Non ci sono dubbi che trama ed estetica di Doom oltre e forse più che a quelle del gioco, sono ispirate fortemente ai film di Paul W.S. Anderson, oltre che a quel modello tanto onnipresente quanto inevitabile che è rappresentato dall'Alien di Ridley Scott e dalle sue successive incarnazioni.

Nel 2026 su Marte scoppia un misterioso casino, e a contenerlo e risolverlo vengono spediti degli agguerriti marine, comandati da Dwayne Johnson e che compongono il solito gruppo multietnico e dai caratteri eterogenei. Tra loro, oltre a The Rock, spicca il personaggio interpretato da Karl Urban, che in quella base marziana nei guai ritroverà una sorella con la quale non parlava da tempo.
Il film non perde troppo tempo a spigarci i perché e i percome di questo conflitto, né pare troppo interessato ad approfondimenti di alcun tipo, limitandosi a proporre qualche contenuto spiegone solo quando si tratta di illustrare i perché e i percome delle mutazioni che danno vita alle orripilanti creature (decisamente residenteviliane) che i protagonisti devono affrontare.
A Bartkowiak interessa divertirsi e divertire, nella maniera più disimpegnata possibile, e mettendo bene in chiaro fin da subito che il suo Doom è un B-Movie, nel quale gli è stato concesso anche un pizzico di sangue in più rispetto alla media di analoghi hollywoodiani.

Nonostante quello che solitamente è una garanzia, Dwayne Johnson, assai meno pompato di adesso e con ancora un'ombra di capelli, dia una delle sue peggiori prove d'attore (ma compensano Urban e Rosamund Pike), una trama e un'estetica largamente derivative e qualche lungaggine di troppo, c'è da dire che Doom è un film tanto scellerato da poter sfiorare la categoria del guilty pleasure.
Anche perché Bartkowiak è pur sempre in DOP, e gira tutt'altro che male, muovendosi con perizia attorno ai suoi protagonisti e costruendo tensione anche nella prima mezz'ora di film, priva di qualsiasi scontro o momento action.
Spesso e volentieri, il regista fa muovere la sua macchina da presa in maniera da simulare per qualche secondo lo sguardo in soggettiva di uno dei personaggi, anticipando così con astuzia quella famosa manciata di minuti in cui Doom in film si tramuta letteralmente in Doom il videogioco.
E in qualche modo, forse, se il linguaggio visivo del cinema e quello del videogioco si sono contaminati e avvicinati tanto nel corso degli ultimi anni, come testimonia ad esempio un titolo recente come 1917, è anche merito degli esperimenti fatti in e con film come questo.

Una curiosità: nei panni di un personaggio di nome Pinky c'è Dexter Fletcher, futuro regista di Bohemian Rhapsody e Rocketman.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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