Child 44 - Il bambino numero 44: recensione del soviet thriller con Tom Hardy

27 marzo 2020
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Daniel Espinosa coglie l'atmosfera e la violenza del libro che ha ispirato il film ma si prende qualche licenza poetica sul cattivo.

Child 44 - Il bambino numero 44: recensione del soviet thriller con Tom Hardy

Folgorante romanzo d'esordio del britannico Tom Rob Smith, "Bambino 44" ha costituito un vero e proprio caso editoriale. Giudicato avvincente e ben scritto e paragonato a "Gorky Park" - testa di serie del genere soviet thriller - è stato immediatamente puntato da registi e produttori, ammaliati da una trama complessa ma non astrusa e desiderosi di trasformare in un film teso la rischiosa avventura di Leo Demidov, agente dell'MGB sulle tracce di un infanticida ispirato al ben noto Andrej Romanovič Čikatilo, meglio conosciuto come “il mostro di Rostov".
A intrigare "la gente di cinema" era la doppia anima del romanzo, che da un lato è la cronaca di un'indagine, di un caso da risolvere, di una mente malata da decifrare e certamente fermare, mentre dall'altro - e qui sta forse la sua carica rivoluzionaria - si impone come ritratto impietoso e tragicamente reale dell'Unione Sovietica dei primi anni Cinquanta, paese in ricostruzione ma ossessionato dal controllo, dal sospetto e dalla convinzione che il nemico non fosse interno (ad eccezione dei collaborazionisti) ma esterno, meglio se occidentale.

Ora, nel film di Daniel Espinosa c'è soprattutto la voglia di restituire il contesto in cui la vicenda si svolge, di suggerire - attraverso una fotografia giustamente cupa - il senso di angoscia di gente senza speranza, di un pugno di disgraziati che, pur sperando di passare inosservati, sanno che prima o poi qualcuno li sorprenderà nel sonno alle tre del mattino per caricarli su treni cenciosi che corrono verso l'Inferno.
Nonostante il rispetto dell'opera di partenza imponga al regista di trattare frettolosamente alcuni snodi fondamentali, la partenza è quindi buona. Il resto lo fanno Noomi Rapace e soprattutto Tom Hardy, che in ogni personaggio che interpreta non fa mai vedere l'attore, inchiodando sempre su di sé l'attenzione di chi guarda.

Laddove invece il meccanismo di Child 44 - Il bambino numero 44 si inceppa, tanto che chi non ha letto il libro finisce per confondersi, è nella descrizione del modus operandi del serial killer e nella reale motivazione dei suoi gesti estremi.
Questa è una mancanza che non si perdona facilmente a un thriller, in particolar modo adesso che il genere ha felicemente contaminato il piccolo schermo, dove i vari Dexter, Hannibal & Co. rivelano una totale eccellenza nella caratterizzazione psicologica dei villain.
Prendendosi la licenza poetica di modificare l'identità dell'assassino, gli sceneggiatori hanno innanzitutto svuotato di senso il suo infame operato. In più, Paddy Considine non ce la fa a portare sulle spalle la sua morbosa cattiveria e il suo malato autocompiacimento, non tanto per l'inevitabile confronto con Malcolm McDowell (che aveva interpretato Čikatilo nell'ingiustamente dimenticato Evilenko), quanto perché la sua faccia da "cucciolone" mal si adatta all'assolutezza e implacabilità che domina ogni singola pulsione del racconto. Non è giusto paragonare un film al libro che lo ha ispirato. Come un figlio che cresce, un film deve rendersi indipendente da ciò che gli ha dato origine, ma il distacco qui avviene in maniera curiosa, certamente progressiva, ma immotivata.

Sappiamo che in Russia Child 44 è stato proibito perché dipingeva i russi come mostri incontrollati e incontrollabili. A ben guardare, però - aldilà della performance di Vincent Cassel che rende il Maggiore Kuzmin un cattivo da fumetto - nessun personaggio sfiora la macchietta, nessuno somiglia alle spie sovietiche di tanti film anni 80. No, il regista non si allontana mai dal realismo e coraggiosamente sceglie di mostrare la violenza, una violenza sempre sorda e brutale e mai pulp o stilizzata. Forse, però, più che nelle torture e gli accoltellamenti, e nell'accento russo con cui parlano gli attori, Espinosa avrebbe dovuto cercare la verità nelle relazioni e nei comportamenti umani, che poi sono ciò che veramente conta in un libro e ancora di più in un film.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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