Buñuel - Nel labirinto delle tartarughe, la recensione del film di animazione

11 febbraio 2020
3.5 di 5
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Il film animato Buñuel nel labirinto delle tartarughe ha vinto il premio della giuria ad Annecy.

Buñuel - Nel labirinto delle tartarughe, la recensione del film di animazione

Dopo aver completato L'age d'or nel 1930, rallenta la carriera del regista Luis Buñuel, parte del movimento surrealista: giudicato scomodo e ostracizzato, perde ogni finanziamento e anche il sostengo dell'amico e sodale Salvador Dalí. Inaspettatamente, la vincita alla lotteria da parte del suo caro amico Ramón Acín gli porta, come da promessa di quest'ultimo, il denaro per realizzare un documentario su Las Hurdes nell'Extremadura (sudovest delle Spagna, le abitazioni appaiono ai protagonisti come gusci di tartarughe). Di fronte all'arretratezza della regione, Luis oscilla tra la pietà e un intervento artistico spregiudicato, che mette a dura prova la sparuta troupe che lo segue.
Buñuel - Nel labirinto delle tartarughe di Salvador Simó arriva nelle nostre sale dopo il prestigioso premio della giuria vinto al Festival dell'animazione di Annecy. Le sue qualità tuttavia sono proprio da ricercare nella testimonianza di una lavorazione, nonché di un periodo storico e artistico, più che nell'esperienza visiva in sè. In effetti la confezione audiovisiva del lungometraggio, tratto da una graphic novel di Fermín Solís, è piuttosto stilizzata, non particolarmente originale e animata in modo assai essenziale, complice anche un budget ridotto, nell'ambito di una produzione indipendente. In generale sembra che la direzione artistica e la regia non siano all'altezza visionaria dei pur potenti momenti allestiti dalla storia. Persino i flashback nell'infanzia del grande regista e i suoi incubi sono messi in scena in modo piuttosto didascalico sul piano coreografico. L'idea più forte è quella di inserire vere scene in bianco e nero di Terra senza pane (1932, il titolo del documentario) nel flusso dell'animazione, ribaltando le aspettative e rendendo la ripresa dal vero l'elemento più onirico e meno realistico. E' la chiave per cogliere il senso dell'operazione.

Buñuel - Nel labirinto delle tartarughe è infatti un'opera preziosissima perché, sul piano narrativo, non fa sconti. Nè il copione nè la committenza si sono posti alcuna remora nel rappresentare a 360° le contraddizioni e le derive più estreme di Luis Buñuel, in nome di un rigore storico. Sullo schermo viene cesellata la figura di un uomo che non solo sfuggiva alle categorie dell'epoca, ma sfugge persino a quelle attuali: sconvolgono le crudeltà sugli animali perpetrate da Buñuel stesso, per ricostruire ciò che il destino o la natura non stanno allestendo davanti alla sua macchina da presa. Allo spettatore è richiesto il salutare sforzo di contestualizzare storicamente quello che vede (il concetto di documentario di vera paziente osservazione e attesa nacque decenni dopo), ma anche di saper leggere qualcosa di più in quell'idiosincrasia col mondo, quella volontà di punirlo e punirsi.Più che esibizione di cinismo, la spietatezza dell'autore, rivolta anche all'amico presto complice pentito Acín, sembra una disperata accelerazione del destino infame a cui Dio (negato o sfidato?) ha costretto gli esseri viventi. La rabbia del personaggio viene trasmessa in modo cristallino, dando un significato profondo agli sfoghi anticlericali di Buñuel.
In definitiva, la forza disturbante del surrealismo, sostenuta poco sul piano coreografico, viene ampiamente recuperata dal metterci di fronte a una persona reale e alla sua ricerca di senso, non solo dell'arte, ma dell'esistenza intera: i suoi metodi potranno sconvolgerci, ma il suo mettersi in gioco libererà la mente dai preconcetti. Un esito da non sottovalutare per questo Buñuel - Nel labirinto delle tartarughe.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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