Back to Black: recensione del biopic su Amy Winehouse con Marisa Abela

12 aprile 2024
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Sam Taylor-Johnson torna a parlare della vita di un’icona della musica raccontando l’ascesa e la caduta di Amy Winehouse e concentrandosi sul suo amore disperato per il ragazzaccio Blake Fielder-Civil. La recensione di Carola Proto.

Back to Black: recensione del biopic su Amy Winehouse con Marisa Abela

Ancora prima di parlare di Back to Black e di giudicarlo come film, valutando la qualità della sceneggiatura, le doti interpretative, mimetiche e canore di Marisa Abela e l'esattezza della ricostruzione dei fatti, sarebbe da chiedersi se i biopic sulle leggende della musica, nei quali è spesso l’attore protagonista a cantare più o meno bene le hit del personaggio celebrato, abbiano effettivamente un senso o se non sia meglio percorrere la più sicura strada del documentario. Questo vale per le icone di una volta e ancor di più per gli artisti contemporanei o comunque appartenuti a un passato recente, in particolare quelli che sono andati incontro a una triste e prematura scomparsa. Sam Taylor-Johnson ha tentato entrambe le strade, debuttando nella regia con un film sul giovane John Lennon e scegliendo come argomento del suo quarto lungometraggio la disgraziata vita di Amy Winehouse, morta per un'overdose alcolica il 23 luglio del 2011.

Premesso che un filmmaker è libero di narrare la storia che più gli sta a cuore, la domanda che vorremmo fare a colei che ha trasformato in immagini la prima avventura di Anastasia Steele e Christian Grey, è: perché dedicare una biografia cinematografica a qualcuno di cui abbiamo letto e visto fin troppo sui tabloid britannici, nei telegiornali e su YouTube?

Sono trascorsi 13 anni dalla morte della sublime cantante jazz che Tony Bennett paragonava a Sarah Vaughan ed Ella Fitzgerald, ma è come se Amy avesse lasciato questo mondo da pochissimo tempo. Inoltre, nel 2015, è uscito lo splendido documentario Amy, che a ragione ha vinto l’Oscar e che è difficile dimenticare. A chi non lo ha visto spieghiamo che esiste un rapporto fra Back to Black e il film di Asif Kapadia. Avendo avuto Back to Black il nulla osta della famiglia della Winehouse, non si può non pensare che in qualche modo il biopic nasca anche dal desiderio di riabilitare non tanto la cantante quanto i suoi parenti, che avevano condannato come falso e crudele Amy. Sam Taylor-Johnson, però, ha una sua chiarezza di visione ed è troppo intelligente per farsi manipolare, e allora, come ha suggerito un critico del britannico di The Guardian, non resta che ipotizzare che la regista abbia semplicemente scelto di privilegiare, o meglio di concentrarsi sul folle amore di Amy Winehouse per il poco raccomandabile Blake Fielder-Civil, che la abbandonò, tornò da lei, la iniziò all’eroina, alla cocaina e al crack e poi di nuovo se ne andò, mentre lei avrebbe lasciato tutto per diventare una moglie e una madre di famiglia. Ora, proprio perché è una ribelle, la Taylor-Jonson non ha mai perso di vista il lato anarchico di Amy, e forse nemmeno il femminismo di una donna che diceva di non essere femminista ma di fatto lo era nella sua quotidiana scelta di libertà. Inoltre, la regista insiste a ragione sulla creatività della cantante, sul suo stile assolutamente unico, sull’evoluzione della sua musica: sofisticata, complessa e ricca di suggestioni fin dal principio.

Eppure Back to Black, sembra suggerire che Amy Winehouse non si sia sentita "completa", come donna e come musicista che racconta di sé in ciò che scrive, fino all'incontro con il suo Blake. Il quale Blake, nella lunga sequenza in cui conosce la sua futura sposa in un bar, è belloccio, seducente e perfino dotato di quelle fragilità che fanno innamorare le donne in un secondo, complice il fascino traditore e l’avvenenza di Jack O'Connell. Come suggerisce un critico, qui Blake è una via di mezzo tra Sid Vicious e Heathcliff di Cime tempestose. Naturalmente è anche vittima delle proprie debolezze, e infatti abbandona Amy su suggerimento di uno psichiatra, mentre, in un'intervista contenuta nel doc Amy, si svela in tutta la sua grettezza. E papà Winehouse è stato davvero buono come il personaggio interpretato da Eddie Marsan? Perché Back to Black preferisce non parlare della volta in cui, durante il soggiorno della figlia ai Caraibi in uno dei momenti più drammatici della sua esistenza, il signor Mitch ha pensato bene di portarsi dietro una troupe televisiva per girare un documentario o uno speciale intitolato My Daughter Amy? È cosa nota ai più che il successo di Amy Winehouse è stato sfruttato dai suoi familiari, che per diversi anni non si sono resi conto che la giovane donna aveva urgente bisogno di andare in un rehab.

Aldilà di simili scelte contenutistiche, che dobbiamo anche allo sceneggiatore Matt Greenhalgh, non possiamo non rendere giustizia al talento di Marisa Abela, dotata di una splendida voce e soprattutto capace di esprimere la debolezza e insieme la forza di una underdog, di una figura dolente con qualcosa delle eroine della tragedia greca, costrette a pagare per le colpe dei propri padri e predestinate a una morte ingiusta. A volte rock e a volte preppy, complice la dolcezza del suo sguardo, la Abela riesce a raccontare, pur con il suo visetto dai lineamenti regolari, la debacle o la discesa agli inferi di un'artista raffinata che avrebbe dovuto esibirsi, com'era suo desiderio, solo in fumosi jazz club meglio se oltreoceano. Nonostante un accento della northern London troppo marcato, la grintosa Marisa fa il suo, e fa il suo anche la magnifica nonna paterna Cynthia (Lesley Manville), e ci piace che Sam Taylor Johnson abbia deciso di approfondire questo legame così importante per Amy. E tuttavia, la regista quasi dimentica che i "nemici" di Amy non sono stati soltanto l'alcol, le droghe e il pessimo Blake, ma anche la bulimia, che il suo entourage ha sottovalutato e che non ha permesso al suo corpo magro e al suo cuore debole di sopravvivere ai litri di vodka trangugiati durante la sua ultima notte. A schiacciarla, infine, è stato il peso del successo, con il carico supplementare dei paparazzi che stazionavano davanti al suo appartamento e di chi l'ha costretta a non cancellare il suo ultimo tour e quel concerto a Belgrado a cui per protesta si è presentata ubriaca attirandosi i fischi e il disprezzo del pubblico.

Se da una parte Amy Winehouse non ha bisogno di una santificazione, dall'altra il suo calvario non dovrebbe essere ridotto a un melò sentimentale. Esiste già un documentario sul Club dei 27 e non occorre ripetersi, ma ignorare il contesto in cui la Cleopatra di East Finchley si è mossa è come non accorgersi dell’elefante nella stanza.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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