Appena un minuto: recensione della commedia magica di Francesco Mandelli con Max Giusti

30 settembre 2019
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Un film garbato e divertente sui piccoli cambiamenti e gli adulti rimasti bambini.

Appena un minuto: recensione della commedia magica di Francesco Mandelli con Max Giusti

A un primo e superficiale sguardo Appena un minuto potrebbe sembrare una commedia familiare come ce ne sono tante, un feel good movie che sfrutta la popolarità di un personaggio molto famoso che ben si destreggia fra televisione e radio, una copia conforme anche se "italianizzata" di una qualsiasi "what if comedy" americana: più anni '80 che anni 2000, più conciliante che filosofica, più buffa che riflessiva. E invece no. Nell'allegra vicenda del cinquantenne Claudio che trova uno smartphone capace di riportarlo indietro nel tempo di sessanta secondi c'è molto altro, a cominciare dal tocco di Francesco Mandelli, che certamente mette il proprio talento registico al servizio del soggetto e della sceneggiatura, ma che riesce a intrecciare con le peripezie del suo protagonista i temi e i modi che gli stanno a cuore. Nei modi rientra una certa leggerezza di racconto e una macchina da presa che si sottomette alla storia ma non viene mai lasciata ferma a registrare brandelli di realtà e incursioni nel surreale come in tante commedie in cui contano solo i virtuosismi di un attore. Mandelli, innanzitutto, non doma Max Giusti, perché Max Giusti, sobrio com'è nella sua interpretazione, non ha assolutamente bisogno di essere domato. Poi (e qui veniamo ai temi), gettando un ponte fra il film e Bene ma non benissimo, parla ancora di quella tecnologia che nella vicenda di Candida Morvillo era uno strumento per bullizzare e denigrare i compagni di classe e che qui, invece, da un lato fa scattare in Claudio il tanto atteso cambiamento, dall'altro crea un preoccupante divario fra genitori e figli: i primi disorientati e troppo deboli per imporsi, i secondi schiavi dei like su Instagram e stregati dal ritmo monotono di una musica che forse tanto musica non è.

Se nel precedente film del regista era il rap ad accompagnare le esistenze spensierate ma non troppo di un gruppo di ragazzini ora cattivelli ora ingenui, qui è il trap a essere narrato, il trap con i suoi neologismi, il suo linguaggio da strada, i suoi termini stranieri e i suoi dettami in fatto di moda e "mosse". Il trap è la religione del figlio minore di Claudio, mentre il nume tutelare del personaggio di Giusti è Marco Tardelli, che rappresenta quel passato ormai remoto nel quale chi è stato adolescente negli anni '80 è rimasto confinato e da cui si ostina a non voler uscire, un po’ perché non ha gli strumenti per affermarsi pienamente, un po’ perché non possiede la grinta dei padri né lo spirito di ribellione dei figli, un po’ perché non ha il coraggio di reinventarsi né di affermarsi fino in fondo, se non attraverso scorciatoie e stupidi stratagemmi.

Lungi dall'essere un film generazionale, Appena un minuto è, almeno al 50%, il ritratto di quei "ragazzoni" lì, di chi ancora non ha buttato la sua collezione di Tex e ascolta Nino D'Angelo, di chi aspetta di "svoltare" grazie a un'idea geniale o un deus ex machina, e di chi "tira a fregare", come fa il personaggio di Paolo Calabresi, che poi è quell'amico che tutti abbiamo avuto e che ci porta sempre verso la scelta sbagliata. Nel suo Ascanio, Mandelli e Giusti riconoscono l'indolenza e quella pigrizia mentale che molti quarantenni e cinquantenni di oggi indossano ogni mattina e che ritroviamo anche nel barista con il volto di Herbert Ballerina, che di fronte ai clienti che non pagano chiude un occhio, mentre il tempo gli scorre davanti.

Guardano la vita passare Claudio e i suoi amici, come i personaggi de I lunedì al sole, come Cataldi Vittori detto "Accattone", come alcuni anziani che aspettano pigramente di morire. Sono belle le loro brevi scene, che hanno un andamento da sitcom e che contrastano con la vivacità e l'istrionismo dell’istruttore di Zumba di Dino Abbrescia, che riporta il film verso una comicità più indiavolata ma anche meno sottile e "telefonata". Le battute e le piroette del suo Manfredi dalle tutine fantasia divertono, ma c'entrano poco con il garbo che Giusti punta a esprimere. Se non altro creano un contrasto fra l'immobilità di chi non esce mai dal proprio seminato e pian piano si trasforma in una caricatura di se stesso e il piccolo costante sforzo di chi ha capito che è ora di diventare finalmente adulti. 

Fa propria la malinconia di certe vecchie commedie all'italiana Appena un minuto, e anche la voglia di parlare di gente comune, ordinaria, che per un allegro scherzo del destino diventa per un attimo straordinaria e poi torna ad essere normale, e tornando normale, impara la magia dei rapporti umani, della generosità e dell'assunzione di responsabilità. E’ quello che succede in ogni film americano in cui si è di nuovo bambini o ci si scambia il corpo con qualcun altro. Max Giusti attore di cinema, fuor di finzione, fa un passo in più: cambia identità, diventando un interprete duttile e modesto e uno sceneggiatore che mette l'intreccio davanti ai personaggi e a coloro che sono chiamati a interpretarli.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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