Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie Recensione

Titolo originale: Dawn of the Planet of the Apes

22

Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie: la recensione

-
Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie: la recensione

E' un film fatto con il cuore Apes Revolution: Il pianeta delle scimmie, un summer temple movie, come lo chiama il suo regista, che trascende i limiti imposti dalla natura e struttura del franchise per alternare sequenze d'azione larger than life a introspezione psicologica e spinosi dilemmi esistenziali.
Ma non solo.

Nuovo capitolo di una tranche che dovrebbe idealmente ricongiungersi agli avvenimenti de Il pianeta delle scimmie del 1968, questo fantasy che trascende i limiti del fantasy è un atto d'amore verso il buon vecchio cinema di genere, perché nasce dall'immaginazione di un artista che da ragazzo sognava di diventare uno scimpanzé e che insieme all'amico geek J.J. Abrams immaginava di re-impadronirsi di saghe fantascientifiche conclamate.
Già all'epoca Matt Reeves intuiva che attraverso mostri, astronavi e pianeti lontani era possibile raccontare ed esorcizzare paure squisitamente umane e trarre conclusioni sulle odierne società occidentali.
La lezione è arrivata fino ad oggi e più che il sequel de L'alba del pianeta delle scimmie, Apes Revolution è un'anatomia dell'umana violenza nella sua banalità, insensatezza e tragica casualità.

Lucida radiografia dell'uomo contemporaneo nella sua sete di affermazione, la storia del re giusto Caesar, che vede infrangersi il sogno di una "ape-topia", è molto più epica e ancestrale di quanto si possa pensare, e non soltanto perché l'illuminato statista peloso ha il nome di un personaggio della Roma antica che andò incontro a un destino shakespeariano, ma perché già sui palcoscenici degli antichi teatri greci si mostravano le disastrose conseguenze della conoscenza e auto-consapevolezza non addomesticate dal buon senso.

Qui sono le scimmie a possedere intelligenza e patrimonio genetico dell'homo sapiens, ma a Reeves non interessa solo il cattivo utilizzo che alcune di esse ne fanno.
Né è la guerra la sua unica preoccupazione, anche se le immagini degli scontri sono prodigiose: per l'autore di Cloverfield il conflitto più significativo è la battaglia interiore di Cesare, che come un Greystoke all'incontrario cerca di ascoltare solo la sua "scimmia interiore" ma poi scopre di non poter dimenticare il suo papà bipede Will e la soffitta dalla finestra tonda in cui ha trascorso l'infanzia.

La verità, in Apes Revolution è dentro e fuori.
E' nei 15 minuti iniziali “for apes only” che, complice lo straordinario sviluppo di una serie di tecnologie,  somiglia ai migliori documentari sui primati, ed è anche nella radiografia dei vari io, soprattutto quelli scimmieschi.
Quanto agli uomini, come già accadeva ne L'alba del pianeta delle scimmie, la loro psicologia appare meno complessa e si sente qua e là l'eco dei cliché dei vari filoni survivalist.

Nemmeno l'uso del 3D convince in pieno, perché non ci svela i prodigi della foresta inoltrandosi fra alberi e grotte né rende più spettacolari le scene che si sviluppano in verticale.
Ma non importa, perché l'obiettivo fondamentale di Reeves (quell'empatia costantemente perseguita nei film come nella vita) viene pienamente raggiunto. Di questo ringraziamo Andy Serkis: i suoi occhi azzurri trasformati in quelli verdi di Caesar, traboccanti di pietas, ci sono rimasti tatuati nell'anima, in attesa di entrare di prepotenza nell'immaginario collettivo insieme alla testa mozzata della Statua della libertà del film con Charlton Heston.



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
Lascia un Commento